Il prezioso voto di Dorin

2008/08/03, 09:00


morto

In certi ambienti in Moldova si racconta che alle elezioni votano anche i morti. La macabra notizia viene riproposta ogni volta che si avvicina qualche consultazione elettorale. E’ una strana storia, non so se è un mito, una leggenda o si fonda su un fatto realmente accaduto, io ve la racconto, tirate voi le conclusioni. La storia prende lo spunto da ciò che sembra sia accaduto in un piccolo sperduto villaggio,  la raccontano i vecchi soprattutto dopo aver bevuto qualche bicchierino in più di samagonca.

Dorin Papuc era morto da ormai diversi anni, era seppellito nel piccolo cimitero del suo villaggio. Ricorda molto bene quel giorno Dorin: il pianto dei parenti, il profumo delle colive, le pomane, la tipica agitazione in casa di chi si accinge a seppellire un morto. Dorin morì un giorno di primavera dopo una lunga malattia, in fondo, a pensarci bene, fu quasi una liberazione per lui, aveva sofferto troppo per la sua incurabile malattia e per anni aveva saputo di vivere con un piede nella tomba. Ora, finalmente, ce li metteva tutti e due!

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La bottiglia vuota

2008/06/02, 09:00


statua

Ai tempi dell’URSS, sul viale principale di Chisinau, proprio di fronte al Parlamento, c’erano due statue di Marx e Enghels a grandezza naturale. I due padri del socialismo mondiale erano raffigurati da seduti nell’atto di discutere sul futuro del capitalismo e del proletariato. Le statue sono state rimosse dopo il crollo dell’impero sovietico. In Moldova molte statue sono state rimosse dopo il crollo dell’URSS, non sono state rimosse però certe idee dei due che ancora oggi condizionano la vita dei moldavi.

Si racconta che in quegli anni un moldavo buontempone in vena di scherzi e in spregio del pericolo, ogni notte, con il favore delle tenebre, metteva una bottiglia di vodka vuota ai piedi dei due filosofi. Il messaggio era chiaro: l’anonimo burlone voleva lasciar intendere che i due amici ricorrevano a qualche cicchetto di vodka per avere le idee più chiare circa i destini del mondo e per combattere il freddo della notte.

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L’incubo di Boris

2008/02/09, 10:00


Boris Sergheievic si sentiva russo dalla testa ai piedi, sul suo passaporto sovietico c’era scritto “cittadino russo”, parlava russo, pensava in russo, cantava in russo, imprecava in russo. Anche se era nato e cresciuto a Chisinau, un dettaglio che lui considerava di scarsa importanza, si considerava figlio legittimo della grande madre Russia e figlio illegittimo della Moldova. La sua storia personale era identica a quella di molti altri “russi-moldavi”: la sua famiglia si era trasferita a Chisinau nel lontano 1950, da Rostov, per modernizzare la rete telefonica moldava. Suo padre Serghei, ingegnere, fu mandato a Chisinau appena laureato, insieme a sua madre Ludmila. Si stabilirono a Chisinau in un appartamento messo loro a disposizione dallo stato. Dopo qualche anno nacque Boris. Educato e cresciuto da vero russo e tale era rimasto fino ai nostri giorni. Incurante dei cambiamenti in atto da qualche anno nel paese, come molti altri, aveva evitato pervicacemente di imparare una sola parola di romeno, lingua che considerava una specie di dialetto, non assimilabile con la lingua eletta dei vari Puskin e Tolstoi.

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