Il cliente senza ciglia (10a parte)

by nikita


2016/10/09, 17:36



– Un’amica? – dissi mettendomi da parte per farla entrare.

– Spero di esserlo, almeno – mi rispose.

L’aiutai a togliersi la pelliccia e i stivali. Indossava una camicetta aderente e una minigonna vertiginosa, il suo profumo invase tutto l’appartamento. Sentii un brivido di piacere salirmi lungo la schiena, mi resi conto che era venuta a farmi visita proprio…come amica!

Le indicai il soggiorno e la seguii. Si muoveva ancheggiando, sicura di sé. Giunti nella sala da pranzo, dette uno sguardo tutto intorno.

– Ha un bel appartamento – disse senza convinzione una frase fatta, in verità il mio appartamento era ridotto proprio male.

La pregai di accomodarsi e le chiesi cosa preferiva bere, del cognac mi rispose. Andai al mobiletto dove conservavo una bottiglia di stagionato cognac Kvint per le grandi occasioni. La produzione del cognac Kvint era uno dei pochi meriti che il moldavo di Chisinau era disposto a riconoscere a Tiraspol, capitale della secessionista repubblica della Transnistria. Questa era proprio un’occasione speciale, accidenti! Riempii due bicchieri, ne porsi uno a lei.

Si sedette sul divano e accavallò le gambe. La minigonna già prima non copriva un bel niente, diventò a quel punto del tutto superflua. Si appoggiò allo schienale e mi lanciò un paio di occhiate da far venire dei dubbi a un frate francescano. Era molto giovane ma già conosceva molto bene l’arte della seduzione.

– A che devo il piacere di rivederla? Motivi professionali o di amicizia? – le chiesi mentre anch’io mi mettevo seduto.

– Tutti e due.

– Ah!

Mi guardò fisso a lungo, poi:

– Mia madre ha ricevuto un invito dalla polizia moldava – m’informò – Per domani mattina.

– Ha intenzione di andarci?

– Sì. Mio padre le ha detto che non era obbligata, che era solo un invito. Ma lei ha deciso di andarci. Lui l’accompagnerà.

Bevve un paio di sorsi di cognac e posò il bicchiere sul piccolo tavolo.

– Quand’è che ha scoperto la mia vera professione? – chiesi senza giri di parole.

– Questa mattina. Veramente avevo notato già durante l’intervista che parlava e si comportava non come un moldavo. C’era qualcosa in lei che m’insospettiva. Questa mattina mi sono informata.

– Perché mi ha mandato…ehm…Viorel?

– Non sono stata io. E’ un nostro impiegato, più che altro un factotum della filiale che abbiamo qui a Chisinau. Mi ronza intorno da tempo e quando l’abbiamo vista interrogare il portiere dell’albergo mi ha detto che sarebbe venuto a parlare con lei per capire cosa le frullava per la testa. Avrei dovuto impedirglielo…

– Come sta?

– In uno stato pietoso. Lo ha conciato per benino!

Mi alzai e mi sedetti proprio di fronte a lei. Sentivo il suo profumo che mi stordiva. Lei non faceva nulla per ricomporsi ed io non potei fare a meno di notare che indossava un paio di mutandine di pizzo nero.

– Cosa vuole da me signorina Rosmini?

– Ti prego, chiamami Barbara – mi disse con un tono ammiccante.

– Va bene…In tal caso chiamami pure Franco. Cosa vuoi da me…Barbara? – insistetti

– Che ci aiutiate.

– Che cosa ti fa credere di aver bisogno d’aiuto? E che cosa ti fa credere che io possa farlo?

– Per poter lavorare in Moldova tu certamente devi essere in buoni rapporti con la polizia moldava. Questo invito a mia madre…

– Tua madre ha qualcosa da nascondere?

– No! – Aveva quasi gridato.

La fissai con insistenza. Se mentiva era davvero un’attrice consumata, da premio Oscar! Mi resi conto che non avevo nessuna speranza adottando con lei la strategia dell’attacco frontale. Dovevo usare la tattica dell’aggiramento.

– Cosa ha detto tua madre dopo che ha ricevuto l’invito dalla polizia?

– Nulla. Si è chiusa in camera con mio padre. Da lui ho saputo, più tardi, che avevano intenzione di andare insieme dalla polizia.

Mi accesi una sigaretta. In realtà prendevo tempo per riflettere.

– Segui la cronaca locale?

– Di sfuggita, ne sento parlare in giro da amici italiani…

– Hai certamente sentito parlare del caso Ciferni… – lei non rispose – di due coniugi italiani uccisi in questi ultimi giorni.

– Ah! Sì, certo!

– Tua madre conosceva quell’uomo assassinato? Quel Pasquale Ciferni?

– Lo conosceva? E come? Dove l’avrebbe incontrato? Da quando siamo qui a Chisinau siamo state sempre insieme. Me ne sarei accorta.

– L’ha conosciuto in Italia, qualche anno fa…

Mi interruppi. Era possibile che lei non fosse a conoscenza dell’affare Klimenco. In tal caso dovevo parlargliene?

– Sì? – mi fece lei con aria interdetta di chi scopre che uno sconosciuto sia ben informato su fatti così personali.

– Davvero non l’hai mai lasciata sola…? Ho visto che esci a fare delle lunghe passeggiate…

– Voglio dire…

– Tua madre può benissimo aver incontrato Ciferni.

– Me l’avrebbe detto.

– Ha forse l’abitudine di dirti tutto quello che fa?

Non rispose.

– Vedi – proseguii – la polizia crede che tua madre possa fornire importanti informazioni su Natalia Ciferni.

– Ma io non capisco…

– Questa mattina ho scoperto che Natalia è venuta la settimana scorsa al “Codru” e che ha atteso a lungo finché è riuscita a parlarle.

– Ne sei proprio sicuro?

– Ho la testimonianza del barman e del portiere.

– Non si possono essersi sbagliati?

– Non lo credo. Della testimonianza di uno si può anche dubitare, ma quando sono in due ad affermare la stessa cosa, la testimonianza diventa molto plausibile.

– Ma, dopo tutto, cosa aveva da dire a mia madre questa Natalia?

– E’ proprio quello che la polizia vuole appurare.

Rigiravo il mio bicchiere di cognac fra le mani. Mi accorsi che il bicchiere di Barbara era vuoto e glielo riempii. Lei lasciò fare.

– Ci vuoi aiutare allora? – mi chiese di nuovo.

– In che modo?

– Non sei un investigatore privato?

– Non posso fare molto. E’ un’inchiesta per omicidio, non è il solito incarico per scoprire l’amante di tal dei tali. La polizia moldava non gradisce intrusioni da parte di chicchessia, specialmente da parte di stranieri.

– Ma avrai molte conoscenze nell’ambiente della polizia moldava.

– Sì…e fra queste ho anche dei buoni amici.

– Vedi…ci ho visto giusto…

– Che cosa vuoi che faccia? Che vada dai miei amici poliziotti e dica loro: “ La signora Rosmini non sa niente, lasciatela in pace?”.

Lei non rispose.

– Se – continuai – tua madre non ha nulla da rimproverarsi, la polizia si limiterà a farle qualche domanda e buona notte.

– Tu dici “se”, quindi non sei tanto sicuro che mia madre non c’entri nulla con questa storia.

– Lei conosceva, dopo tutto, le due persone assassinate.

– Sì… – beveva il suo cognac a piccoli sorsi – In quali circostanze avrà conosciuto quell’uomo, quel Ciferni? – si domandò – a me quel nome non dice nulla.

– Pensaci bene…Pasquale Ciferni…un poliziotto italiano…qualche anno fa…

– No…non mi pare…

Lei rifletteva velocemente, almeno, così sembrava.

– Non hai mai sentito parlare del caso Klimenco?

– Klimenco…? – era impallidita – ma non è l’uomo che…

– Sì.

– … è stato arrestato per aver ucciso mio zio Ubaldo?

– Sì.

Chiuse gli occhi, vidi le sua mano afferrare il bracciolo del divano. Vuotò di un colpo il suo bicchiere di cognac.

– Scusami… – mi disse porgendomi il bicchiere vuoto. Lo riempii.

– Ero molto giovane all’epoca, i miei hanno cercato di tenermi nascosta tutta la storia.

– Ma dopo ne sei venuta a conoscenza.

– Più tardi…ne parlavano in casa.

– Immagino i giornali e i pettegolezzi…

– Non vedo però che cosa mia madre…

– Pasquale Ciferni ha condotto le indagini sull’assassinio di Ubaldo Rosmini ed è stato lui ad arrestare Klimenco. Subito dopo si è dimesso dalla polizia ed è venuto in Moldova.

– Va bene…ma non capisco cosa c’entra mia madre…

Al momento non mi sembrava molto saggio raccontare tutta la storia a Barbara. Non avevo intenzione di compromettere le indagini di Parlicov. Già avevo combinato abbastanza guai!

– Franco, vuoi aiutarci…aiutarmi…?

– Se potessi…ma non vedo come…

– Tu pensi insomma, malgrado tutto, che mia madre sia coinvolta in questo affare? – rispose indispettita.

– Io non penso nulla, non so nulla. Ascolta Barbara, perché non lasciare che le cose seguano il loro corso? La polizia domani interrogherà tua madre, e la situazione sarà più chiara…

– Ma può avere della noie.

– No di certo se fornirà delle spiegazioni logiche.

– Ho paura per lei, ho sentito dire che la polizia moldava è molto dura.

– Tutte le polizie sono uguali.

– E se l’arrestassero?

– Ma perché dovrebbero se non ha niente sulla coscienza…?

Grosse lacrime le scendevano lungo le guance. Mi sarei preso a calci per la mia brutalità. Stavo torturando senza motivo quella povera ragazza. L’abbracciai per consolarla, sentivo il profumo dei suoi capelli. Lei si aggrappò a me letteralmente, mi strinse con forza. Era senza reggiseno, i suoi capezzoli premevano turgidi contro il mio petto. Cercai la sua bocca e la baciai. Lei rispose con calore. Ci alzammo barcollando, lei mi sfilò la maglietta, io feci altrettanto. Le infilai una mano fra le cosce, lei mi sfilò il boxer e fece altrettanto. Sentivo il suo respiro affannoso e questo mi eccitava alla massima potenza. Eravamo in piedi, una posizione scomoda, cercai di prenderla adagiandola sul divano. Mi accorsi che richiedeva una prestazione da grande atleta. Lei mi sussurrò in un orecchio:

– Ti voglio…prendimi qui…adesso…

Facemmo all’amore sul divano. Sopraffatti dal desiderio finimmo poi in camera da letto, Barbara era un’amante insaziabile, fantastica, piena di fantasia.

Alle due di notte chiamai un taxi per farla ricondurre in albergo.

XXV

La mattina successiva andai in ufficio un po’ in ritardo, feci molta fatica ad alzarmi dal letto. Sentivo il profumo di Barbara dappertutto.

Arrivato in ufficio, verso le undici ricevetti la visita di Egidio Rosmini. Aveva già bevuto un bicchiere o due, quando si avvicinò sentii l’inconfondibile puzza di alcool. Non fece caso agli arredi dello studio ancora in disordine dopo la visita di Viorel, evidentemente aveva altro a cui pensare. Si sedette e disse a bruciapelo:

– Allora lei non è il cineoperatore che ci voleva far credere l’altro giorno! Vedo che il suo mestiere è un altro – disse con una punta di sarcasmo il conte .

– Cosa vuole…mi arrangio facendo più mestieri…avrà notato che la vita in Moldova è sempre più cara – replicai con lo stesso tono.

– Va bene Malerba, basta con gli scherzi, vorrei assumerla.

– L’ascolto signor Rosmini.

– Mia moglie Cleofe si trova negli uffici della polizia…

– Sì…lo so.

– Benissimo. La assumo e la incarico di difendere i miei interessi.

– Io non sono un avvocato signor Rosmini. Inoltre non l’hanno accusata di nessun reato.

– Non sono tranquillo. Non mi fido della polizia moldava.

– Crede che dopo la sua deposizione verrà arrestata?

– Tutto è possibile in questo paese! Io l’ho consigliata di farsi accompagnare da un avvocato, ma lei non ha voluto

– Ha fatto benissimo. Se avesse seguito il suo consiglio avrebbe fatto una cattiva impressione. Comunque, se le mie informazioni sono esatte, si tratta solo di una semplice deposizione e null’altro.

– Accettate l’incarico allora…? – Levò di tasca il portafoglio e estrasse alcune banconote.

– Sono mille euro per cominciare, va bene?

Appoggiò il denaro sul tavolo. Era indubbiamente un uomo d’affari e sapeva come ottenere quello che voleva. Si alzò per andarsene.

– Aspetti un momento! A che scopo mi assumete?

– Le ho già spiegato…mia moglie…corre il rischio di venire arrestata, è questo che voglio evitare.

– Non capisco questa sua preoccupazione, ma anche se dovesse succedere io non potrei certo impedirlo!

Egli alzò le spalle, evidentemente non si fidava della polizia moldava e la riteneva capace di qualsiasi cosa.

– Signor Rosmini – proseguii – sa perché è stata chiamata?

– Sì. E’ per quell’affare Ciferni. Sa chi era Ciferni?

– Sì. Il poliziotto italiano che condusse le indagini quando è stato ucciso mio fratello.

– Lei sa che è stato trovato morto e che c’è il fondato sospetto che sia stato ucciso?

– Sì, ho seguito il telegiornale ieri sera.

– Qual’è la sua opinione?

– A me il caso non interessa se non per le noie che può avere Cleofe. Mi dispiace per quella donna uccisa, ma Ciferni alla fine ha avuto quello che meritava. Per quel poco che ricordo era una persona sgradevole.

– Signor Rosmini, per amore della discussione, supponiamo che sua moglie sia realmente implicata.

– E’ impossibile! Sono sicuro dell’innocenza di Cleofe come della mia.

– Nulla lo prova però!

Il viso di Rosmini si rabbuiò, mi guardò sorpreso. Poi abbozzò un sorriso.

– Se fossi colpevole, non mi sarei rivolto a lei…

– Non è detto. Si sono visti criminali denunciare alla polizia delitti commessi da loro stessi.

– Non starà parlando seriamente signor Malerba!

– Io non la sto accusando di nulla, non ho nessun elemento per farlo, ma a priori non escludo nessun possibile scenario.

Egli rifletté un istante.

– Ha ragione. Ma perché avrei dovuto uccidere Ciferni?

– Signor Rosmini – risposi – io sono dell’idea che questi due delitti siano legati all’uccisione di suo fratello Ubaldo, avvenuta nove anni fa.

– Può darsi – ribattè.

– In questo caso, è lecito supporre che chi ha ucciso Ubaldo abbia fatto fare la stessa fine ai coniugi Ciferni.

– Ma, a uccidere mio fratello è stato Klimenco…

– Sinceramente lo credete? Lo so, lo so, lei mi dirà che è stato condannato da un tribunale.

Egidio Rosmini assunse una espressione seria.

– Se debbo dire la verità – riconobbe – non mi sono mai posto questa domanda. Quando hanno arrestato quello straniero ho pensato, come tutti, che era stato lui ad uccidere mio fratello.

– E lo pensa ancora?

Rifletté un istante. Non mi rispose.

– E se le dicessi che personalmente non credo nella colpevolezza di Klimenco? Se le dicessi che l’assassino del conte Ubaldo si trova in questo momento a Chisinau?

– Malerba! Ma che diavolo va blaterando! Le proibisco…

– Non si agiti e cerchi invece di ragionare.

– So per certo che non è stata mia moglie! Nemmeno Anna! E neppure Barbara!

– Non ho fatto il nome di nessuno. Per il semplice fatto che l’ignoro.

– La polizia…

– Ciferni ricattava l’assassino.

Mi sembrò sinceramente sorpreso, poi a un tratto il suo volto s’illuminò.

– Se così fosse, è una prova della mia innocenza. All’epoca non avevo un soldo, dipendevo totalmente da mio fratello.

– Sua moglie può aver pagato per lei, certo i soldi non le mancavano.

– All’epoca lei avrebbe pagato…per vedermi in galera! – rispose abbozzando un sorriso sarcastico.

– Tanto la odiava?

– Per lei ero stato una delusione sotto tutti i punti di vista.

– E nonostante ciò, vi volete ancora bene?

– Che vuole farci! L’amore è un sentimento imperscrutabile.

Sembrava sincero. Se non lo era, anche lui si poteva candidare a ritirare l’Oscar per la migliore interpretazione maschile. S’era messo a tamburellare sui braccioli della poltrona.

– Allora signor Malerba, accettate di lavorare per me?

– Che cosa dovrei fare se scoprissi che è lei l’assassino o sua moglie?

– In tal caso si terrà comunque il denaro. Io non sono l’assassino e neanche mia moglie.

– A queste condizioni, accetto.

– Scopra chi è il vero assassino, solo così mia moglie non sarà coinvolta in una inchiesta per duplice omicidio. Ah! Un’ultima cosa: faccia in modo che il nome di Cleofe non appaia sui giornali, come sa la cattiva pubblicità non fa bene agli affari.

– Ci proverò.

Si alzò, mi strinse la mano e andò via. Riposi il denaro nel portafogli e mi accesi una sigaretta.

Le ultime parole di Egidio mi avevano fatto capire che se le mia indagine avesse portato alla cognata Anna, non sarebbe stato un problema, solo il possibile coinvolgimento di Cleofe rappresentava un tabù.

Sfogliai il giornale. In prima pagina c’era la foto di Natalia. La polizia pubblicava un annuncio: tutti coloro che avessero conosciuto o incontrato la defunta erano pregati di mettersi in contatto con la polizia.

Verso mezzogiorno mi telefonò Parlicov. Mi invitava a passare dal suo ufficio nel pomeriggio.

(continua)


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