Il cliente senza ciglia (11a parte)

by nikita


2016/10/13, 06:14



Arrivai all’ufficio di Parlicov verso le quindici, riferii immediatamente della visita di Egidio Rosmini, ma non gli parlai di quella di Barbara, senza dimenticare di dirgli dell’incarico che mi aveva conferito.

– E’ tutto in regola Franco – mi disse – Fino ad ora né lui né sua moglie sono in stato d’accusa. Noi continuiamo a cercare l’assassino. E io ti conosco abbastanza per sapere che non cercheresti mai di far sparire prove compromettenti per favorire i tuoi clienti.

– Cleofe Rosmini si è presentata?

– Sì, questa mattina.

– Che atteggiamento ha assunto?

– Freddo. Arrogante. Sprezzante.

– E’ emerso qualcosa di nuovo?

– Sì, ma non molto. Lei non poteva negare di aver incontrato Natalia Ciferni, le dichiarazioni degli impiegati del “Codru” erano chiare.

– Ma come ha spiegato la visita di Natalia?

– Tieni, ecco la copia della deposizione – Mi porse una cartella – Va’ e divertiti a leggere. Io ho da fare.

Mi sedetti in disparte e aprii la cartella. Anziché fare lei una dichiarazione, praticamente Cleofe aveva risposto a delle domande alla presenza di un interprete.

D : Quando e per quale motivo la signora Ciferni vi ha fatto visita?

R : Mercoledì pomeriggio. Mi ha avvicinata nell’atrio dell’albergo, si è presentata e ha chiesto di parlarmi.

D : Questa visita vi ha colto di sorpresa?

R : Moltissimo. Ignoravo persino l’esistenza di quella donna.

D : Cosa avete fatto poi?

R : L’ho invitata a salire in camera mia.

D : Eravate sole?

R : Sì, mio marito era impegnato in questioni di lavoro.

D : Benissimo. Continuate.

R : Appena arrivate in camera, lei mi accusò di essere l’amante del marito. Mi fece una scenata di gelosia.

D : Volete spiegarvi meglio? Perché un’accusa simile?

R : Lei mi disse che mi aveva vista il giorno prima in un bar del centro in compagnia di suo marito e di avermi seguita poi fino in albergo. Là, con una scusa qualsiasi, era venuta a sapere il mio nome dal portiere dell’albergo. Poi era tornata l’indomani e mi aveva attesa.

D : Aveva ragione quando vi disse che vi aveva visto in compagnia del marito in un bar?

R : Aveva ragione. Ero uscita per fare una passeggiata, mi trovavo nel parco di fronte all’hotel “Codru”, mentre passeggiavo il signor Ciferni mi avvicinò e si presentò. L’avevo conosciuto in Italia alcuni anni prima, lo riconobbi subito. Chiacchierammo un po’, poi mi invitò a bere un caffè. Io accettai.

D : E la signora Ciferni vi vide?

R : Questo è quello che ha detto.

D : Andiamo avanti…

R : Come ho già detto, lei mi accusò di portarle via il marito. Pensai sinceramente di avere a che fare con una squilibrata. Tentai di calmarla, ma lei si eccitava sempre di più arrivando al punto di minacciarmi.

D : Che genere di minacce?

R : Mi parve molto scossa, scoppiò a piangere, minacciò di suicidarsi. Mi supplicò di non rivedere più il marito. Glielo promisi ben volentieri dato che effettivamente non ci tenevo a rivederlo.

D : Signora Rosmini, in quale occasione avete conosciuto Pasquale Ciferni?

R : Ciferni era il poliziotto che anni fa ha condotto le indagini per il delitto di mio cognato, il conte Ubaldo Rosmini.

D : Avete frequentato Ciferni solo in quella occasione?

R : Sì, per alcuni giorni ha frequentato la villa per interrogare le diverse persone presenti in occasione dell’omicidio. Tutti eravamo convinti che Ubaldo fosse stato assassinato dalla Morabito, la governante.

D : Ciferni ha dichiarato di aver ricevuto una ricompensa per l’arresto del vero assassino. Che voi sappiate, questa affermazione è vera?

R : No.

D : Egli ha persino precisato l’ammontare della somma: duecentomila euro.

R : E’ semplicemente ridicolo! Posso affermare con estrema sicurezza che nessun componente della famiglia gli avrebbe versato una ricompensa. Perchè poi? Arrestando Klimenco, aveva fatto semplicemente il suo dovere.

D : Signora Rosmini lei conferma di aver visto Natalia e Pasquale Ciferni solo nelle due occasioni che ha appena dichiarato: Natalia nel vostro albergo e il marito nel bar in centro?

R : Sì, confermo.

D : Di cosa avete parlato con Ciferni durante il vostro incontro?

R : Logicamente abbiamo parlato del vecchio caso ed io l’ho ringraziato ancora per aver scoperto il colpevole.

D : Vi ha per caso detto cosa faceva qui in Moldova?

R : Lasciatemi pensare…No, non mi pare. Non gliel’ho chiesto, pensavo si trovasse qui come turista.

D : Sapevate che Ciferni aveva dato le dimissioni dalla polizia dopo il caso Klimenco?

R : No.

D : Vi faccio una domanda un po’ delicata…Cosa avete fatto mercoledì sera? Diciamo dalle ventuno a mezzanotte?

R : Ma come osate…? Questa poi!

D : Se volete essere così gentile da rispondere…Eviterete di essere riconvocata di nuovo…

R : Bene… In tal caso risponderò…Vediamo, avete detto mercoledì…Siamo rientrati in albergo di buon’ora mi pare…Eravamo stanchi…Sì, è proprio così. Il colloquio con Ciferni mi aveva innervosita. Siamo andati a cena io e mio marito, poi siamo tornati in albergo. Devo essere andata a letto verso le undici.

D : E cosa avete fatto domenica sera?

R : Domenica? L’altro ieri? Abbiamo trascorso la giornata in campagna, in un hanul, una specie di agriturismo.

D : Voi e vostro marito?

R : Sì.

D : A che ora siete rientrati a Chisinau?

R : La sera tardi, non ricordo l’ora precisa.

D : Siete andati subito a letto?

R : Sì, avevamo diverse cosa da fare l’indomani per motivi di lavoro.

D : Signora Rosmini, scusi la domanda indiscreta: avete la camera in comune con vostro marito?

R : Abbiamo la camera in comune… a Chisinau almeno.

D : Benissimo. Vi ringrazio per la vostra disponibilità signora.

Seguirono altre banalità burocratiche senza importanza.

– Allora? – mi chiese Vadim vedendo che stavo per chiudere la cartella.

– Credi a quello che dice riguardo alla signora Ciferni?

– Hum!

– Io non ci credo! E’ assolutamente inverosimile! Prima l’incontro casuale con Ciferni, poi la scena di gelosia…

– Sta a noi dimostrare che mente. La situazione è estremamente delicata, lei non è convocata come teste, ma semplicemente perché ci desse dei chiarimenti.

– I risultati dell’autopsia di Ciferni?

– Il medico legale ha stabilito che è morto tra le ventidue e mezzanotte di domenica a sera. La causa della morte: ipotermia. Nel suo sangue hanno trovato un potente sonnifero. Ciferni è stato drogato, probabilmente a sua insaputa. Qualcuno lo ha drogato e accompagnato al parco di Sculeni e lì lo ha spogliato e fatto morire assiderato.

– Mi sembra un’ipotesi verosimile. L’assassino ha sicuramente una fervente fantasia, ha ucciso in un modo davvero originale.

XXVII

Lasciai l’ufficio di Parlicov e pensai di fare una visitina presso la sede moldava della ditta dei Rosmini. Telefonai alla Camera di Commercio Moldo-Italiana per avere all’indirizzo. Era sulla strada per Strasceni, qualche chilometro fuori città. Dal centro mi diressi verso il quartiere Buiucani percorrendo tutto il viale Stefan Cel Mare. Alla fine del grande viale imboccai Calea Iesilor, altro largo vialone “made in URSS” a otto corsie. Uscito dal centro abitato, dopo qualche chilometro, sulla destra, vidi i capannoni della “Rosmini srl”. Un fabbricato con al piano superiore gli uffici di rappresentanza. Raggiunsi la meta non senza problemi, la strada era quasi sgombra ma ai lati si erano ammonticchiati diversi centimetri di neve. Con il tempo avevo imparato a guidare sul ghiaccio, altrimenti, visto le frequenti nevicate invernali, dovevo abbandonare l’auto in garage per diversi mesi.

Entrai nell’ampio parcheggio e fermai l’auto. Salii al secondo piano e chiesi di Egidio Rosmini, una segretaria mi disse che tutta la famiglia era in riunione. Mentre mi intrattenevo con la segretaria entrò nella stanza il caro Viorel, appena mi vide digrignò i denti con aria bellicosa. Vidi che la scazzottata di poco tempo prima gli aveva lasciato qualche segno. Mi sedetti ad aspettare in una piccola anticamera. Passarono alcuni minuti, ne approfittai per bere un caffè.

La porta si aprì e uscì Barbara che mi salutò con un sorriso. Si sedette vicino e chiacchierammo un po’, Barbara sapeva che il padre mi aveva assunto al suo servizio e mi espresse la sua soddisfazione. Le feci alcune domande all’apparenza innocue e dalle sue risposte potei dedurre che non aveva una grande amore filiale per il padre ma che adorava la madre. La informai che avevo intenzione di rimanere un po’ di tempo in ditta e che ci saremmo rivisti più tardi.

Bighellonai in giro osservando l’attività dei vari impiegati e operai, il magazzino era pieno di merci italiane deperibili che venivano conservate in un paio di grandi frigoriferi. Vidi molte confezioni industriali di mozzarella, formaggi, salumi e olio di oliva. Tutti prodotti destinati ai ristoranti italiani e moldavi che avevano nel menù pasta e pizza. Parlando con gli operai ebbi conferma che i Rosmini erano rimasti in ufficio fino alle sedici e trenta circa il giorno della morte di Natalia Ciferni. Anna era andata via per prima, seguita dopo mezz’ora da Egidio. Barbara e Cleofe erano andate via insieme.

Dunque Barbara e Cleofe avevano lasciato l’ufficio di Strasceni insieme…Eppure Cleofe era rientrata in hotel da sola. Dove aveva lasciato la figlia? Più tardi un impiegato della ditta m’informò che Viorel aveva accompagnato le due donne e allora tutto mi divenne più chiaro. Barbara era andata in giro in città accompagnata dal fido Viorel.

La riunione ebbe fine e tutti i Rosmini uscirono. Scambiai qualche parola con ognuno di loro. Tra l’altro appresi che Egidio mercoledì aveva accompagnato all’Opera la cognata Anna e sua moglie Cleofe.

– Siete sicuro che fosse proprio mercoledì? – insistetti.

– Sì – mi assicurò dopo aver fatto un rapido calcolo.

Lasciai i Rosmini e partii alla ricerca di Barbara, la trovai, manco a dirlo, in compagnia di Viorel.

– Cosa fai questa sera? – mi chiese la ragazza a bassa voce

– Niente di speciale…

– Ci vediamo stasera a casa tua allora.

Uscii e recuperai l’auto dal parcheggio, era scesa la notte. Guardai l’orologio, erano le diciannove. Guidai piano per tornare in città, si era formato uno strato di ghiaccio sulla carreggiata.

Barbara arrivò abbastanza tardi a casa mia, verso le ventidue. Suonò il campanello, andai ad aprire e entrò come una folata di vento. Mi baciò sulla bocca e si tolse il cappotto. Sentivo che il desiderio di averla non si era sopito, quella donna mi aveva stregato! La strinsi forte fra le braccia, infilai le mie mani dappertutto. La desideravo! Dio, come la desideravo! Lei mi lasciò fare per un momento. Poi si staccò e si ricompose.

– Dobbiamo parlare Franco – mi disse con la sua voce roca che mi faceva impazzire.

Forse avevo mal giudicato quella ragazza, fino a quel momento avrei giurato ch’era venuta da me quale emissario della famiglia, ora invece non ero lontano dal credere che fosse rimasta sedotta dalle mie qualità extra professionali.

Eravamo seduti forse da pochissimi minuti quando sentii suonare il campanello. Non attendevo nessuno e, per un istante, pensai di non andare ad aprire, ma dalla strada si vedeva la luce accesa nel mio appartamento e non mi sembrava opportuno far finta di non esserci. D’altra parte – pensai – chiunque sia lo metterò alla porta.

Andai ad aprire.

Raisa entrò, mi baciò anche lei sulla bocca, mi si strinse contro e poi con passo deciso, prima che glielo potessi impedire, entrò in salotto.

– Oh! Scusate…!

La raggiunsi proprio nel momento in cui Barbara si alzava.

Le due donne si squadrarono e si esaminarono minuziosamente senza darlo troppo a vedere, come solo le donne sanno fare. Vidi un lampo di rabbia negli occhi di Raisa e uno di fastidio in quelli di Barbara. Raisa si sforzò di sorridere ma venne fuori una specie di smorfia.

– Non sapevo che tu avessi visite – mi disse Raisa, vedendomi lì imbambolato.

– Lui non mi ha detto che vi aspettava – rincarò la dose Barbara.

Il colloquio si svolgeva parte in romeno e parte in italiano.

– A dire la verità – proseguì Raisa – non mi aspettava. Doveva essere una sorpresa. Siamo così amici…Vero, Franco caro?

E mi accarezzò sulla guancia.

Vidi Barbara impallidire e, come c’era da aspettarselo, passò al contrattacco.

– Mi sembra che noi ci conosciamo già…vediamo…dove mai ci siamo incontrate?

Questo era decisamente un colpo basso visto che sabato avevano trascorso due ore insieme a scambiarsi complimenti. Raisa non fu da meno, a sua volta assunse un’aria sorpresa e disse:

– Me lo stavo proprio chiedendo…

Io cercai di mettermi in mezzo.

– Suvvia ragazze…! Raisa, questa è Barbara, non ti ricordi di lei?

– Oh! Ma tu lo sai bene, vedo tanta gente…non credo di ricordare…

– Ah! Ci sono – gridò Barbara – Voi siete la giornalista che…Non è così Franco?

Le avrei prese a sculacciate tutte e due! Finalmente Raisa decise di chiudere con la commedia.

– Bastava che tu me lo dicessi…Ad ogni modo, non ha importanza…La prossima volta ti telefonerò prima…Ero per caso di passaggio e volevo augurarti la buona notte e portarti questo.

– Che cos’è?

– Sono degli appunti sul caso Klimenco. E’ una eccellente documentazione…e certamente ti rinfrescherà la memoria. Ci vediamo Franco!

Mi abbracciò, mi baciò con effusione e uscì. Un’ uscita degna di uno spettacolo teatrale!

Tornai in salotto e assunsi un’aria imbarazzata.

– Oh! Accidenti… – fece Barbara.

– E’ soltanto una buona amica…

– Odio quella donna!

– E’ una giornalista molto quotata, noi collaboriamo…

– Una donnaccia! Dare uno spettacolo simile…

– E’ una donna molto intelligente e risoluta…

– E’ la tua…

– No.

Le mia risposta la calmò un po’. Le andai vicino, le parlai, la presi fra le braccia. La musica in sottofondo, l’atmosfera rilassata, il cognac nei bicchieri, non avevo trascurato nessun artificio, mi ero ripromesso di farle diverse domande. Invece fu proprio lei che in un modo del tutto inaspettato portò il discorso sull’argomento.

– Sono felice che mio padre sia riuscito dove io ho fallito…Ti ha assunto…

Disse Barbara con una nota di rammarico nella voce. Mi pareva che parlasse con molta sincerità.

– Abbiamo discusso – le spiegai – e siamo giunti a una conclusione ragionevole. Se avessi accettato la tua proposta lo avrei fatto solo per motivi…sentimentali, e non mi sembrava corretto. Lui invece mi ha fornito un certo numero di argomenti logici e mi ha lasciato completa libertà d’azione. Ci siamo intesi che anche se lui stesso risulterà essere l’assassino sarò libro di denunciarlo nonostante lavori per lui.

Lei si mise a ridere, poi rabbuiandosi in volto, mi guardò inorridita.

– Ma non è certo lui l’assassino! Mio padre è incapace di fare del male a una mosca. Hai dei sospetti su di lui?

– Come sospetto tutti. Te compresa.

– Uhm…sei un tipo spiritoso!

– Sono un investigatore, Egidio mi ha assunto perché dimostri l’innocenza di sua moglie Cleofe. Questa è l’unica clausola.

– Tutti gli altri sono sospettabili?

– Esattamente. Anzi, ora che mi ci fai pensare…che cosa hai fatto mercoledì sera?

– Mercoledì sera…Ma sono trascorsi diversi giorni…non ricordo. Vuoi scherzare Franco?

– No, sono serissimo.

– Bene…- il tono della sua voce si fece improvvisamente freddo – Credo di essere stata con Viorel…Sì, credo sia andata proprio così.

– Sei rimasta a lungo con lui?

– Oh! Sì. Abbiamo cenato e poi siamo andati a ballare al “Cocos”…Ci sei mai stato?

– Qualche volta…E Viorel potrebbe confermarlo?

– Me lo auguro.

– Benissimo. E domenica sera?

– Domenica sera…? Ma ero qua da te…Oh! scusami, no! Era ieri sera…domenica…Sono rimasta in città…Sono rimasta in albergo a riposare e poi sono andata con Viorel a fare una passeggiata. Poi la sera siamo tornati al Cocos.

– Non ti lascia un minuto il tuo superman?

– Non sei gentile! E’ un caro ragazzo!

– Non sono di questo parere! Mi sembra un energumeno! Chissà cosa ci trovi di buono in lui.

– Senti, Franco, non si potrebbe cambiare discorso? – notai uno sfavillio preoccupante nei suoi occhi.

– Non vuoi darmi da bere? Ho la gola secca.

– Agli ordini, principessa!

Andai a riempire i bicchieri e mentre versavo il liquido ambrato riflettevo. Anche lei aveva un alibi per i due giorni degli omicidi. I suoi alibi scagionavano anche Viorel. Mi sarebbe piaciuto accusare Viorel ma ero sempre affezionato alla teoria dell’assassino unico. Ammesso che Viorel si trovasse a Roma il giorno dell’assassinio di Ubaldo Rosmini! Molto improbabile!

– Attenzione! – gridò Barbara.

Solo allora mi accorsi che stavo versando il cognac sul tavolo. Andai in cucina a prendere uno strofinaccio e la ragazza mi diede una mano a pulire.

– Hai visto? Non riesci a dimenticare questa brutta storia, ne sei ossessionato! Eppure, ci sono io qui accanto a te!

Aveva ragione. La presi fra le braccia e dimenticai totalmente gli omicidi, i Rosmini e tutto il resto. Quella ragazza mi stava entrando nel sangue come una droga! Tutto mi eccitava di lei, il suo modo di ammiccare, il suo modo di guardarmi, aveva in dosso un specie di “odore” che mi faceva perdere la testa.

(continua)


Nesuno commento

The comments are closed.