Il cliente senza ciglia (12a parte)

by nikita


2016/10/14, 16:13



L’indomani mattina, entrando nell’ufficio di Parlicov, lo trovai in compagnia di un tale. Costui era di bassa statura, capelli scuri striati di bianco, abbronzato. Parlava a voce alta e gesticolava, il suo abbigliamento e il suo modo di fare mi fece subito pensare a un compatriota.

– Franco – disse il commissario con il suo italiano stentato – meno male che sei qui, ti presento un collega italiano, l’ispettore Carmine Li Causi. La sua venuta in Moldova mi era stata annunciata dalla Procura di Roma. L’ispettore è venuto per un’inchiesta non ufficiale. Per il momento mi sono fatto aiutare da un interprete per capire quello che dice.

L’ospite italiano si alzò e ci scambiammo una vigorosa stretta di mano. Aveva un aspetto energico e due occhietti indagatori da vero poliziotto.

– Spero mi farai da interprete tu, l’ispettore Li Causi è venuto in Moldova per avere qualche notizia di prima mano circa l’assassinio del suo ex collega Ciferni. Anche la Procura romana vuole vederci chiaro sugli sviluppi moldavi dell’affare Klimenco.

– Di dov’è signor Li Causi?

– Sono siciliano.

– Ah! Io sono abruzzese. Di Pescara.

– Ah! Pescara! Conosco la sua città, si mangia il pesce da Dio!

– Anch’io sono stato diverse volte in Sicilia, terra splendida.

– Li Causi era un collaboratore di Ciferni quando era poliziotto a Roma – intervenne nella conversazione Parlicov. Io traducevo alla meglio.

– Sì – confermò quest’ultimo – ho seguito, insieme a lui le indagini sul caso Rosmini. La Procura romana ha avuto sempre dei dubbi sull’operato di Ciferni in merito a quella indagine. Il commissario Parlicov mi ha detto che lei collabora con la polizia moldava per i recenti casi di omicidio di nostri connazionali. Spero di esservi utile con le mie informazioni.

– Stavo proprio per invitare a pranzo il nostro amico Li Causi – disse Parlicov – Vuoi essere dei nostri?

– E come!

– Allora muoviamoci! Telefono al “Pegas” per prenotare un tavolo.

Partimmo dall’ufficio di Vadim su due macchine: Vadim e Li Causi con la macchina di servizio ed io con la mia Moskovich, dopo pranzo avevo intenzione di tornarmene a casa.

Il ristorante “Pegas” si trovava su strada Albisoara, una lunga strada che attraversava tutta la città, una via molto trafficata costruita sulle sponde del torrente Bic.

Dopo aver percorso tutta strada Izmail, svoltammo su Albisoara. Ci rendemmo subito conto che il parcheggio del ristorante era pieno. Il “Pegas” era un locale molto conosciuto, situato in una posizione centrale, a pranzo e a cena era sempre molto frequentato da uomini d’affari. Trovammo a fatica un parcheggio sulla strada. La sala era quasi piena, il cameriere ci guidò al tavolo che avevamo prenotato. Facemmo le ordinazioni con il proposito di far assaggiare a Li Causi qualche piatto della cucina tradizionale moldava.

Ordinammo una tipica specialità moldava nota un po’ in tutto l’est europeo seppur con diversi nomi: lo “shashlik”, o “frigarui” in romeno, che poi sarebbe carne marinata di maiale cotta sulla brace. Al “Pegas” la servono a pezzi infilati in un grande spiedo che sembra una spada. In attesa della carne, il cameriere ci propose un antipasto con varie verdure di stagione grigliate e salumi affumicati. Da bere ordinammo un Negru de Purcari, forse il vino moldavo più famoso. Parlicov ci chiese cortesemente di non parlare di lavoro durante il pranzo, invito che rispettammo di buon grado.

Durante il pranzo Li Causi ci fece un sacco di domande sulla Moldova, per lui era una meta assolutamente sconosciuta, ci confidò che fino a qualche giorno prima non sapeva nemmeno la sua ubicazione geografica. Io e Parlicov ci prodigammo in informazioni cercando di essere i più obiettivi possibile. Vadim, ovviamente, era innamorato del suo paese e cercava di esaltarne gli aspetti positivi. Il poliziotto italiano, manco a dirlo, nonostante la sua breve permanenza, era rimasto affascinato dalla bellezza delle donne moldave. Io fungevo da interprete, comunque Parlicov riusciva a farsi capire abbastanza bene.

Li Causi gradì molto la carne alla brace e non mancò di lodare la qualità del vino. A fine pranzo ordinammo il caffè e il tè per Vadim. Nell’attesa ci accendemmo una sigaretta.

– Ed ora, ragazzi miei, al lavoro!

Per prima cosa Li Causi ci diede una visione generale dell’affare Klimenco. Nel 2002 egli aveva il grado di vice ispettore ed era il braccio destro di Ciferni, ci confermò che questi godeva di una eccellente reputazione. In poche parole Ciferni era un poliziotto intelligente e coscienzioso, che lavorava sodo e che non lasciava nulla al caso.

– Se ricordo bene – continuò – credo fossero le tre del pomeriggio quando fummo chiamati. Partimmo immediatamente, Ciferni, io e altri due colleghi. All’arrivo ci siamo trovati di fronte a molta confusione ma per fortuna, nella scena del delitto, non era stato toccato nulla. Il cadavere di Ubaldo Rosmini era in giardino steso su una sdraio vicino alla piscina. Aveva due fori nel petto causati da proiettili di rivoltella. Pareva dormisse. Nessun segno di sofferenza sul viso. Apparentemente era stato ucciso nel sonno.

– Prima che continui Carmine – lo interruppi – vorrei farti una domanda. Credi veramente che sia stato Klimenco a uccidere il conte Rosmini?

– Uhm…se non ci fossero state le uccisioni così misteriose di Ciferni e la moglie, sì. Dovete convenire con me che la presenza a Chisinau di tutti i protagonisti di quel dramma e la morte dei coniugi Ciferni è una coincidenza per lo meno strana… – bevve un sorso di caffè – Il caffè qui in Moldova non è poi così male! Ma torniamo al caso Klimenco…Da principio, fino cioè all’arresto di Klimenco, Ciferni e io eravamo convinti che si trattasse di una faccenda interna…Capite? Quella villa era così grande che ci si poteva perdere, e poi, un ladro che si introduce nella villa in pieno giorno? Entrato come? In un primo momento abbiamo preso in considerazione la possibilità che il delitto fosse stato commesso da un ladro. Poi dalle informazioni raccolte sul conte abbiamo subito sospettato uno degli abitanti della casa.

– Il conte aveva una cattiva reputazione?

– Era un uomo duro, prepotente, collerico. Molto esigente con tutti. Un vero rompiballe insomma.

– Siete riusciti a eliminare dai sospettati qualcuno dei presenti nella villa dopo i primi interrogatori? – domandai.

– Sì. Abbiamo eliminato il giardiniere. Non si poteva dire che amasse il conte, ma si trovava nella materiale impossibilità di commettere il delitto.

– Bene. E gli altri?

– Giuseppina Morabito fu la prima ad attirare la nostra attenzione. Una donna acida, piena di problemi, che detestava tutti i Rosmini. Voleva fare l’attrice e si era ritrovata a fare la governante. Il conte le aveva fatto delle promesse che non aveva mantenuto. La Morabito assillava il conte con le sue richieste.

– Avrebbe avuto l’opportunità di uccidere il conte?

– Sì. Aveva appena avuto una lite violenta con lui. Lei voleva suicidarsi sotto i suoi occhi con una pistola, ed egli si era limitato a strapparle l’arma di mano e a prenderla in giro con alcune osservazioni ironiche. Potete immaginare l’ira della ragazza. No, le prove che avevamo raccolto contro di lei giustificavano ampiamente il suo arresto.

– Ciferni è rimasto colpito dal suicidio della Morabito?

Li Causi diede un’occhiata a Vadim che apparentemente sonnecchiava ma io sapevo benissimo che non si perdeva una parola. Di tanto in tanto, mentre Li Causi parlava, traducevo alcune espressioni troppo difficili per il commissario moldavo.

– No, non direi. La Morabito era una squilibrata, un’isterica, prima o poi avrebbe commesso un gesto simile. Ciferni, da parte sua, non aveva nulla da rimproverarsi. Le prove contro di lei erano schiaccianti e lui aveva fatto il suo dovere, comunque spettava al giudice l’ultima parola. Noi abbiamo raccolto le deposizioni e le prove.

– Che impressione avete avuto interrogando Anna Rosmini, la moglie di Ubaldo?

– Sembrava sinceramente addolorata. Lei non aveva nulla da guadagnare con la morte del marito. Una donna mite e insignificante.

– I loro rapporti coniugali?

– Mah…forse non amava suo marito, i matrimoni in certi ambienti sono sempre complicati e di difficile interpretazione.

– Egidio Rosmini?

– All’inizio abbiamo sospettato anche lui. Aveva dei moventi fortissimi, subiva l’invadenza del fratello. Uno strano uomo, a volte dolce e remissivo, a volte in preda a rabbie folli. Ereditava, insieme alla vedova, parte del patrimonio. Ma al momento dell’omicidio si trovava molto lontano dal luogo del misfatto.

– Insomma – dissi – quando avete messo le mani su Klimenco…

– Beh…insomma, le prove contro di lui…

– Se non ci fosse stato l’assassinio dei Ciferni, lo riterresti ancora colpevole?

– Sì. Perché, in fondo, nessuno dei presenti alla villa poteva aver commesso il delitto.

– Come…come… scusa…ti vuoi spiegare?

– Lo “stub”, il prelievo mediante tamponi di tracce di polvere da sparo.

– L’avete fatto a tutti?

– Sì. Prima ai domestici, poi alla vedova Anna, a Egidio e sua moglie Cleofe.

– Sono tutti risultati negativi al tampone?

– Nel modo più assoluto.

Riflettei sulle ultime affermazioni di Li Causi. Parlicov uscì dal suo letargo.

– Al nostro posto tu che cosa faresti, Li Causi? – gli chiese – Intendo dire alla luce degli sviluppi moldavi dell’affare.

– Mi poni un problema non da poco Vadim – dichiarò l’italiano – Avete fatto tutto ciò che era possibile. Il seguito, a parer mio, fa parte della prassi, continuate a verificare i vari alibi finché ne trovate uno che non regge.

– Il mio amico Franco è convinto che ci sia un solo omicida. Qual’è la tua opinione?

– Uhm…la penso anch’io così.

Mi ero appoggiato allo schienale della sedia e riflettevo. Sentivo che c’era qualcosa che mi sfuggiva. Non so, un particolare, qualcosa che Li Causi aveva detto ma che non riuscivo a mettere a fuoco, insomma c’era qualcosa che non quadrava. Nel mio cervello affluivano una serie di dati: deposizioni di testimoni, alibi, orari, date. C’era qualcosa che mi sfuggiva. Ma cosa?

Mentre ero assorto nei miei pensieri, mi sentii scuotere per un braccio. Era Vadim.

– E allora Franco, cosa concludi?

Gli feci segno di non interrompere il filo dei miei pensieri. Ma ormai era troppo tardi, l’abbondante pasto e il vino mi procurava sonnolenza, non riuscivo a pensare come avrei voluto.

– Sarebbe opportuno – dissi a un tratto rivolgendomi a entrambi i commensali – informarsi presso la banca di Ciferni per sapere quanto denaro gli rimaneva ancora.

– Già fatto – mi rispose Vadim – sul suo conto corrente c’erano poco meno di tremila euro.

– Così poco? Allora era quasi in bolletta, tenuto conto che praticamente non svolgeva nessuna attività qui in Moldova.

Io intanto cercavo di riallacciare il filo dei miei pensieri. Poco prima avevo avuto l’impressione di esserci arrivato…

– Ci siamo – dissi a un tratto – Lo so.

– Sai che cosa?

– Il nome dell’assassino.

Il viso di Vadim non mostrava nessuna sorpresa, quello di Li Causi meraviglia e interesse.

– Ti ascoltiamo

– So chi è, ma non posso provarlo.

– Peccato! – esclamò Li Causi con una nota di scherno nella voce.

– Se non avete niente di speciale da fare, sono pronto a rischiare il colpo – aggiunsi io alzandomi.

– Io che cosa dovrei fare caro il mio genio? – aggiunse Vadim con un sorrisetto.

– Convoca oggi pomeriggio nel tuo ufficio tutti i componenti della famiglia Rosmini incluso Viorel per comunicazioni da parte della polizia.

Vadim mi guardò questa volta con aria più seria. Poi bruscamente gettò il tovagliolo sulla tavola, si alzò e chiamò il cameriere. Al momento di pagare il conto ci fu la solita commedia del “offro io, no offro io”. Alla fine pagai io. Beh, non proprio, avrei addebitato il conto sulla nota spese di Egidio Rosmini.

Uscimmo dal locale, Parlicov e Li Causi risalirono nella macchina di servizio ed io sulla mia auto.

– Ci vediamo nel tuo ufficio alle diciassette, ho bisogno di un po’ di tempo per riordinare le idee – dissi rivolto a Vadim.

– Va bene, ci vediamo più tardi nel mio ufficio.

XXIX

Ci ritrovammo riuniti alle diciassette in punto in una saletta del commissariato centrale di polizia. Erano tutti presenti: Anna Rosmini, Egidio Rosmini, sua moglie Cleofe, Barbara e Viorel. Si erano sistemati a semicerchio seduti su piccole poltroncine. Io, Vadim, Li Causi ed altri tre poliziotti, ci sedemmo di fronte a loro. Mi alzai e mi misi dietro la mia sedia con le mani appoggiate sullo schienale.

– Prima di cominciare, un grazie a tutti di essere venuti. Se non avete nulla in contrario – cominciai – procederemo alla rovescia. Vi parlerò prima della morte di Natalia Ciferni e di suo marito e soltanto dopo di quella di Ubaldo Rosmini avvenuta nove anni fa. Esattamente otto giorni fa Pasquale Ciferni si presentava nel mio studio. Mi disse che sua moglie era fuggita diverse volte da casa ed egli la sospettava di infedeltà. Mi misi al lavoro, e ben presto stabilii che Natalia non aveva un amante. Eppure era fuggita di casa diverse volte e durante queste fughe si era ubriacata. Perché? Con l’aiuto di amici…

Diedi un’occhiata a Parlicov, non avevo il diritto di fare il nome di Raisa.

– Con l’aiuto di alcuni amici, dunque, riuscii a ricostruire la genesi di queste fughe. Un giorno leggendo alcune riviste italiane, Natalia aveva letto una serie di articoli che ricostruivano il caso Klimenco. Apprese in tal modo che suo marito Pasquale Ciferni era stato un l’ispettore di polizia e che aveva fatto arrestare suo padre Dimitri Klimenco, morto poi suicida.

Da quel giorno Natalia nutrì verso il marito un’avversione senza limiti e troncò qualsiasi intimità. Durante le sue crisi ella si rifugiava in un piccolo albergo che le ricordava un suo vecchio amore giovanile. Questa storia durò quasi un anno, poi accadde qualcosa che fece precipitare il dramma.

Pasquale Ciferni viveva da tre anni in Moldova. Non lavorava e viveva sfruttando un capitale di cui fra poco vi dirò l’origine. In poco tempo Ciferni aveva dilapidato il gruzzolo che aveva con una vita dispendiosa e si ritrovò quasi al verde. Dove procurarsi dell’altro denaro?

A un certo punto credette di aver trovato la soluzione. Leggendo qualche giornale moldavo, o il giornale degli imprenditori italiani in Moldova, lesse che fra gli imminenti arrivi di imprenditori a Chisinau, c’erano i Rosmini.

M’interruppi per un istante, Egidio era impallidito e ascoltava assorto. Anna Rosmini mi guardava con aria svanita, sembrava che la cosa non la riguardasse. Cleofe era immobile, mi fissava lanciando con gli occhi strali di fuoco. Barbara respirava affannosamente, i nostri sguardi si incrociarono: mi parve di cogliere nei suoi occhi una muta preghiera. Viorel si mordeva le unghie, penso non riuscisse bene a capire cosa ci facesse lì.

Da parte dei poliziotti nessuna reazione. Parlicov fumava la sua solita sigaretta e si gustava la scena.

Riattaccai:

– Rosmini: un nome che Ciferni conosceva benissimo! Un nome che nella sua testa rappresentava il denaro di cui aveva bisogno. Probabilmente si informò quando i Rosmini sarebbero arrivati a Chisinau. Poi fece un giro di telefonate degli alberghi del centro per scoprire dove avrebbero alloggiato. Fece in modo di parlare con la signora Rosmini e le chiese di fissargli un appuntamento.

Si incontrarono in un bar del centro e Ciferni la informò che era al verde e che voleva del denaro…

– E’ falso! – gridò Anna Rosmini.

– Non mi interrompa signora Rosmini. Se ha obiezioni da fare le farà a tempo debito… – notai che Egidio Rosmini si stava alzando dalla poltrona. Gli feci un segno, e lui a pugni stretti si risedette.

Continuai:

– La signora Rosmini non gli diede certamente una risposta immediata, ma neanche si rifiutò. Prese tempo. Questo colloquio però aveva avuto una testimone: Natalia. Lei non si trovava lì per caso, spiava ogni mossa del marito da quando aveva scoperto la sua vera identità. L’incontro fra suo marito e quella famiglia la aveva insospettita.

L’indomani lei seguì il marito fino a un bar del centro e lo vide sedersi a un tavolo con una donna che lei non conosceva. L’idea che si potesse trattare di una amante non le passò neanche per la testa perché, in tal caso, se ne sarebbe infischiata dato che per lei il marito non contava più nulla. Credo che lei sospettò che si trattasse di un appuntamento…d’affari.

Quando la signora Rosmini si allontanò, lei la seguì fino all’albergo e chiese al portiere il suo nome.

A Natalia non restava altro che fare due più due: se suo marito, ex poliziotto che aveva fatto arrestare suo padre Dimitri Klimenco, cercava a distanza di anni di contattare la famiglia Rosmini doveva esserci sotto qualcosa di losco. Natalia cominciò a pensare che Ciferni aveva fatto arrestare il padre innocente ma sapeva chi era il vero assassino. Forse la signora che aveva incontrato al bar?

Feci un’altra pausa. Il più assoluto silenzio regnava nella stanza. Qualcuno alla mia sinistra si soffiò rumorosamente il naso. In molti guardarono verso Parlicov come voler dire “Perchè non fai qualcosa per fermarlo?”. Il commissario si fumava beato la sua sigaretta pregustando il finale che doveva essere sicuramente ricco di colpi di scena.

– Dunque, come dicevo – ripresi – Natalia se ne andò. Vagabondò tutta la notte e quando l’indomani tornò al Codru seppe che la signora Rosmini era già uscita. L’attese per ore al bar sorvegliando l’entrata, e quando finalmente vide che la signora era rientrata, le corse incontro e le disse che voleva parlarle. La Rosmini accondiscese.

Fu una scena terribile. Natalia la accusò di aver ucciso il conte Rosmini, ma lei negò. Alla fine Natalia se ne andò minacciando di denunciarla.

Rientrata in casa vi trovò il marito. Questi la rimproverò per la sparizione e Natalia allora si liberò di tutto quello che aveva nell’animo e avvisò il marito che si sarebbe recata alla polizia per denunciarlo. Ciferni, accecato dall’ira, la percosse brutalmente. Subito dopo egli uscì di casa per far sbollire l’ira e si dimenticò di togliere la chiave dal portoncino d’entrata. Fu in questo frangente che Ciferni mi telefonò dicendomi che la moglie era rientrata e di non occuparmi più del caso.

Quando Ciferni rientrò a casa dopo una mezz’ora circa, trovò Natalia morta. Che cosa era successo? Subito dopo la sua uscita, era entrato l’assassino che, dopo una breve discussione, aveva ucciso la donna.

In preda al panico Ciferni si diede alla fuga. Vagabondò per alcuni giorni, gli riusciva difficile nascondersi visto che tutti i poliziotti di Chisinau lo cercavano. Nella notte fra sabato e domenica, egli venne da me e dal colloquio che ebbi con lui appresi diverse cose. Poi lo misi alla porta consigliandogli di andare a costituirsi. Cosa che non fece. Anche se tutti i sospetti che pesavano su di lui fossero caduti, egli era certo di finir male se del ricatto all’assassino del conte fosse venuto a galla. Ciferni aveva scoperto il vero assassino, ma ne approfittava per arricchirsi ricattandolo.

Egli preferì agire diversamente. Telefonò al Codru esigendo, sotto la minaccia di rivelare tutto alla polizia, che gli fosse consegnato del denaro. Naturalmente non avrebbe mai dato seguito alla minaccia poiché anche lui correva gli stessi rischi dell’omicida, ma voleva far leva sulla paura dello scandalo. Venne fissato un appuntamento ma l’assassino vi si recò con l’intento di eliminarlo. Fu così che Ciferni raggiunse nella tomba sua moglie e Ubaldo Rosmini.

Mi fermai. Tutti mi guardavano impietriti come statue. Parlicov aveva l’aria di uno che si stava divertendo un mondo. Gli altri poliziotti presenti sbadigliavano con discrezione, evidentemente non capivano l’italiano. Li Causi teneva in mano una sigaretta spenta giusto per assumere un’aria disinvolta, ma si vedeva che era molto eccitato.

– Ecco tutto – dichiarai – Vi ho spiegato come e perché Natalia e suo marito sono stati uccisi. Questi due delitti sono la conseguenza di quello avvenuto anni fa in Italia. Solamente i moventi sono diversi. In Italia fu commesso un delitto per una questione di odio, qui a Chisinau per paura.

Egidio Rosmini aggrottò le sopracciglia e cercò la mano di sua moglie Cleofe. Barbara aveva chiuso gli occhi, il suo volto era livido. Anna Rosmini stava per svenire. Viorel mi guardava furioso.

Continuai:

– Per lungo tempo ho sospettato la signora Cleofe, ma poi appresi che aveva un alibi inattaccabile, così come pure Egidio. Per un certo periodo ho pensato che fossero d’accordo…

Non terminai la frase, girai intorno alla sedia e mi diressi verso Viorel.

– Sei stato visto domenica sera nei pressi del lago di Sculeni, dove è stato rinvenuto il cadavere di Ciferni!

– Non è vero! – urlò Viorel alzandosi e venendo verso di me con i pugni protesi – Stai mentendo! Ho trascorso tutto il pomeriggio e la sera in casa di amici e mi sono pure ubriacato, tanto è vero che ho dormito da loro.

Mi avvicinai a Parlicov e gli dissi:

– Ecco il vostro assassino!

E indicai Barbara Rosmini.

XXX

Seguì un trambusto indescrivibile, tutti balzarono in piedi, l’eccitazione era al culmine. Cleofe Rosmini si era lanciata verso sua figlia quasi a proteggerla con il suo corpo. Egidio aveva preso la mano di Barbara e l’accarezzava. Anna Rosmini, affranta , rimase seduta con lo sguardo perso nel vuoto. Viorel stringeva i pugni e probabilmente pensava come eliminarmi fisicamente.

Parlicov si era fatto rosso in viso, mi afferrò per un braccio e cominciò a scuotermi.

– Sei pazzo! Non aveva che sedici anni all’epoca del primo omicidio…

– Vi spiegherò tutto…

Finalmente tornò la calma ed Egidio venne a piantarsi davanti a Parlicov con il viso sconvolto dall’ira.

– Signor commissario – dichiarò con tono solenne – mi aspettavo qualcosa del genere. E’ uno scandalo senza precedenti e mi dispiace che la polizia moldava vi si trovi coinvolta, ma io intendo informare la nostra Ambasciata di questo inammissibile incidente. Presenterò inoltre querela per diffamazione contro Malerba ed esigo che gli venga immediatamente ritirata la licenza di investigatore privato e che gli si impedisca di infangare con accuse assurde la rispettabilità di persone per bene.

Parlicov era visibilmente imbarazzato. Si girò verso di me e mi lanciò un’occhiataccia da incenerirmi come per dire…“Spero tu sappia quello che fai altrimenti sono guai!”

– Mi rincresce – ripresi alzando il tono di voce – Ma io confermo quanto ho detto e intendo darvene le prove. Vi prego di sedervi e di lasciarmi continuare… – Poi rivolgendomi a Egidio – Se alla fine della mia esposizione, voi riterrete che io abbia torto, sono pronto a consegnare la mia licenza al commissario e voi sarete libero di querelarmi quando vorrete.

Egli indietreggiò brontolando qualcosa e finì con il rimettersi seduto. Gli altri fecero altrettanto. Io tornai dietro la mia sedia che ormai usavo come uno scudo.

– Quello che ho detto poco fa può sembrarvi una cosa mostruosa. Ma disgraziatamente è la pura verità. Vi devo confessare che fino a oggi pomeriggio non avevo sospetti sulla signorina Rosmini. So che non ci sono molti casi nella letteratura criminale di adolescenti assassini, ma ci sono.

Sedici anni…Da prima pensai a un incidente, sarebbe stato più logico e meno spaventoso. E invece no! E invece fu commesso proprio un omicidio a sangue freddo. Perché? Perché la ragazza detestava Ubaldo Rosmini, costui appariva alla sedicenne Barbara come un essere spregevole, un prepotente, un ostacolo alla felicità della sua mamma adorata. Il conte Ubaldo faceva di tutto per turbare la pace e la felicità della famiglia, era un ostacolo da eliminare secondo la mente malata di un’adolescente con problemi psicologici.

Il giorno del delitto, ella vide il conte Rosmini addormentato. Questi aveva appena avuto una discussione con la cameriera Morabito, nel corso della quale aveva minacciato di uccidersi con una pistola Egli l’aveva disarmata e quando si distese per fare la siesta, posò certamente la pistola su un tavolo vicino a sé.

Barbara lo sorprese addormentato e decise di sfruttare la ghiotta occasione che le si presentava, prese l’arma e sparò due colpi, poi la gettò nella piscina. Al momento del delitto Cleofe Rosmini era nella sua stanza e si preparava per uscire con la figlia.

Vi dirò ora il particolare che mi ha indotto a pensare che fu Barbara a uccidere il conte Rosmini. E’ stata la conversazione avuta con Li Causi oggi nel pomeriggio, l’amico poliziotto della polizia italiana, che a suo tempo aveva condotto l’inchiesta con il suo collega Ciferni. Egli infatti ci ha detto che tutte le persone sospette erano state sottoposte al tampone “stub” per rilevare residui di polvere da sparo. Li Causi ci ha elencato i nomi dei sottoposti alla prova. Mancava nell’elenco Barbara Rosmini. Ed era logico. Chi avrebbe mai potuto sospettare una ragazzina di sedici anni? Quindi Barbara non fu sottoposta alla prova del tampone.

Il seguito è facile da ricostruire, Ciferni giunse alle mie stesse conclusioni e decise di arricchirsi ricattando i Rosmini. Egli si presentò alla signora Cleofe e le offrì il proprio silenzio in cambio di duecentomila euro. Lei disgraziatamente, per proteggere la figlia, accettò, e da quel momento furono presi nell’ingranaggio.

– La colpa non è sua! – gridò Cleofe balzando in piedi e indicando la figlia – La colpa è mia! Se non avessi… – E copertosi il volto con le mani, scoppiò in un pianto dirotto – Lei non è responsabile, era una bambina…

– Lascia stare mamma! – la interruppe Barbara con voce roca – Ti prego, stai zitta!

Poi rivolse l’attenzione verso di me, mi fissò sprezzante, altera.

– Continui, signor Malerba. E in che modo, secondo lei, avrei ucciso Ciferni?

– Lei ha udito la conversazione fra sua madre e Natalia e ha deciso di parlare con lei per ricondurla alla ragione. Certamente Ciferni aveva dato il suo indirizzo a sua madre e lei deve averla supplicata di saperlo, dicendole che volevate andare da Natalia per cercare di farla ragionare.

E’ andata nella villa dei Ciferni ed ha aspettato in strada il momento giusto per trovare Natalia da sola. Ad un certo punto vide uscire il Ciferni e approfittò dell’occasione. Da prima ha cercato di parlare con Natalia, e quando ha capito che lei era irremovibile, ha perso il lume della ragione e l’ha colpita più volte con il primo oggetto che le è capitato sotto mano, una statuetta di Stefan Cel Mare che era su un piccolo tavolino in salotto. Poi è tornata in albergo e ha convinto sua madre che la morte di Natalia era stato un incidente, un caso di legittima difesa.

In quanto a Ciferni, è stato con lei che ha parlato domenica al telefono e non con sua madre. Le vostre voci si assomigliano, Ciferni è caduto nella trappola. Gli ha fissato un appuntamento in un bar dalle parti di Sculeni, una volta nel locale ha approfittato di un momento di distrazione di Ciferni per drogarlo con un forte sonnifero nel caffè o in quello che stava bevendo. Quando si è resa conto che Ciferni si sentiva male, siete usciti dal locale e vi siete inoltrati nel parco, a quell’ora assolutamente deserto. Ciferni deve aver perso i sensi e lei ha approfittato per spogliarlo e distenderlo sulla neve ben sapendo che a quelle rigide temperature non avrebbe resistito a lungo. Per strada si è liberata dei suoi vestiti gettandoli nella spazzatura.

– Ma io ho un alibi. Tutte e due le sere ero con Viorel…

– Infatti così mi ha detto. Ed è per questo che ho preferito demolire in partenza il suo alibi, prendendo di sorpresa Viorel. In caso di convocazione alla polizia Viorel avrebbe ripetuto la lezioncina e avrebbe giurato anche il falso. Ma io poco fa l’ho accusato direttamente di omicidio, speculando sulla sua reazione istintiva. Il risultato l’ha visto.

Viorel fece segno di alzarsi dalla sedia con aria bellicosa, Li Causo lo afferrò e lo costrinse a risedersi.

A quel punto sentii un tonfo, mi girai e vidi Cleofe Rosmini a terra, aveva perso i sensi, non aveva retto allo stress. Tutti si precipitarono verso di lei.

Barbara, nel vedere la madre ridotta in quello stato, si accasciò sulla sedia con il volto fra le mani. Tutti rimasero con il fiato sospeso, aspettavano una replica della ragazza che non tardò ad arrivare.

– Non ne potevo più di vedere i miei genitori umiliati da un essere spregevole come mio zio! Ubaldo non perdeva occasione per irridere e offendere i miei genitori, era un essere ignobile, un miserabile che meritava di morire. Eravamo tutti stanchi delle sue angherie e delle sue meschinità. Soffrivo nel vedere i miei genitori costretti a sopportare ogni tipo di umiliazione.

Barbara proruppe in un pianto dirotto. Urlò fra i singhiozzi:

– Mamma…papà…l’ho fatto per voi…Non ne potevo più di vedervi soffrire per causa di Ubaldo…Vi chiedo perdono! Perdonatemi!

Egidio Rosmini l’abbracciò in lacrime:

– Figlia mia…oh!…figlia mia…cosa hai fatto!

Eravamo all’epilogo.

– Signori! Il mio compito è finito, adesso tocca al commissario Parlicov prendere i provvedimenti del caso.

Uscii dalla stanza mentre si scatenava il comprensibile trambusto. Parlicov avrebbe avuto il suo bel da fare per riportare la calma.

In strada aveva ripreso a nevicare, l’inverno moldavo si faceva sentire. Camminai con passo svelto nella neve che ormai arrivava alle caviglie, sentivo l’aria gelida che affluiva nei polmoni. Nevicava con grandi fiocchi, la città era completamente ammantata di neve. Su Stefan Cel Mare avevano acceso le luminarie, le auto passavano silenziose sulla neve fresca. Mancavano pochi giorni a Natale dovevo pensare a qualche regalino.

Telefonai a Raisa pregandola di riprendere un certo discorso interrotto. Dopo qualche battutina acida sugli italiani inaffidabili, mi diede appuntamento a casa sua per la sera.

FINE

 


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