Il cliente senza ciglia (1a parte)

by nikita


2016/09/10, 15:47



Capitolo I

Buna diminaza, domnu Franco! – mi salutò Ludmila, la signora che spazzava il cortile dalle foglie secche – Uno strano tempo autunnale oggi, pensare che siamo in dicembre – proseguì con il suo romeno con un forte accento russo come molti moldavi di una certa età.

Buna diminaza, doamna Ludmila! – risposi.

– Come vanno gli affari, domnu Franco? – chiese Ludmila appoggiandosi alla ramazza che usava come scopa. Sorrisi senza rispondere, gli affari non andavano troppo bene. Da quando mi ero trasferito in Moldova dall’Italia inventandomi il lavoro di investigatore privato, non avevo molti clienti. I moldavi hanno qualche remora ad affidare i loro affari personali a uno straniero, per di più a un poliziotto privato, figura quasi sconosciuta nel paese.

Ex poliziotto in pensione, otto anni fa mi sono trasferito in Moldova dopo aver sposato Alina, una moldava conosciuta all’Ufficio Stranieri della mia città. Rimasi subito colpito dalla dolcezza e semplicità della donna, così prendemmo a frequentarci e in poco tempo capimmo che per noi ci poteva essere una seconda possibilità. Avevo avuto già un’esperienza matrimoniale finita male, mi trovavo in un periodo critico della mia vita, Alina mi aiutò non poco a rimettermi in carreggiata. All’epoca non sapevo neanche dove si trovasse la Moldova, lei me la fece scoprire e ne rimasi affascinato. Facemmo insieme qualche viaggio nel suo paese, la prima impressione non fu delle più positive, ma poi, con il tempo, imparai ad apprezzare la semplicità e l’ospitalità dei moldavi. Ci sposammo subito dopo avuta la sentenza di divorzio dalla mia prima moglie . Dopo poco mesi chiesi di andare in pensione e decidemmo insieme di trasferirci a Chisinau, la capitale di quel paese per me ancora tutto da scoprire. Con la mia buonuscita acquistammo un piccolo appartamentino in un quartiere periferico e lo arredammo modestamente, secondo le nostre possibilità di allora. Non fu facile lasciare i miei affetti, i miei amici, le mie abitudini, per affrontare una nuova vita con Alina, ma l’amore e lo spirito d’avventura prevalsero. Dopo pochi mesi di permanenza in Moldova purtroppo Alina si ammalò di un male incurabile. Soffrimmo e lottammo per mesi contro il male che la consumava, fu tutto inutile, Alina morì lasciandomi disperatamente solo. Dopo la tragedia non me la sentii di ritornarmene in Italia, volevo comunque rimanere accanto a Alina, tornare in Italia mi sembrava di tradirla, abbandonarla. Decisi quindi di rimanere a Chisinau cercando di sbarcare il lunario con la mia pensione di ex poliziotto e intraprendere coraggiosamente l’attività di investigatore privato: una figura professionale tutta da inventare in un paese che stava uscendo da un lungo periodo di isolamento fisico e culturale. Nel corso degli anni ho imparato il romeno cercando di mettere in pratica l’esperienza acquisita in tanti anni di servizio nel reparto investigativo della mia città. Con le mie relazioni e il mio lavoro, sono diventato in pochi anni il corrispondente moldavo di diverse agenzie di investigazioni private italiane, ucraine, russe. Sulla porta del mio ufficio ora campeggiava la scritta:Franco Malerba – Investigazioni e consulenze” In quella mattina di dicembre, mi avviai con passo svelto su Miron Costin, la via dove abitavo, per raggiungere il mio piccolo ufficio distante poche centinaia di metri su viale Moscova.

Era un normale mercoledì di una settimana qualsiasi, all’apparenza un giorno come un altro, ma presto si sarebbe rivelato un giorno difficile da dimenticare. Ogni giorno, facendo lo slalom sui marciapiedi sconnessi, percorrevo lo stesso tragitto di pochi minuti che ormai conoscevo a menadito. Stranamente la neve non si era ancora vista in quei primi giorni di dicembre, la cosa era abbastanza strana, vista la stagione, negli anni passati già a novembre i parchi e le strade di Chisinau erano ricoperte di neve. Che strana esistenza la nostra,non sei più sicuro di nulla, neanche delle stagioni che sono tanto schizofreniche da farti perdere la nozione del tempo. La colpa? Certamente dell’ozono, se proprio vuoi prendertela con qualcosa che non sa risponderti e smentirti, tanto il buco dell’ozono entra in ogni discorso e non risparmia neppure piccoli paesi sconosciuti come la Moldova! Eravamo in dicembre e il clima era più da paese mediterraneo. Quelle temperature gradevoli non mi dispiacevano, se non altro non ero costretto a fare esercizi di equilibrio per camminare sul ghiaccio. Arrivato sul grande viale Moscova, svoltai a destra e proseguii dando qualche occhiata distratta alle tanti chioschi che incontravo per strada. Le piccole attività commerciali stavano aprendo i battenti, le “babuske”, le venditrici abusive, infagottate nei loro abiti pesanti, avevano esposto sulle bancarelle la loro mercanzia. Vendevano un po’ di tutto: giornali, calze invernali, fiori, frutta e verdura. Da “La Placinte”, uno dei tanti locali della catena di fast food tipici molto nota in Moldova, all’angolo fra Miron Costin e Moscova, proveniva un forte odore di cipolla stufata: i cuochi preparavano la “zama” e la “solianka” per gli avventori più mattinieri. I moldavi non mangiano a orari fissi, possono mangiare una zuppa alle dieci di mattina quando in Italia si manda giù un caffè al bar. Su viale Moscova il traffico di auto e trolleybus era al culmine, il solito crocchio di persone si accalcava per salire sulle “rutiere” e raggiungere il posto di lavoro. Le rutiere o maxi taxi sono quei furgoni concepiti per le merci trasformati per trasportare persone che circolano pericolosamente nella capitale a ogni ora del giorno e della notte. Nelle ore di punta sono piene da scoppiare, i passeggeri sono pigiati come le sardine in un barile di sale. Al volante di questi strani mezzi di trasporto, siedono “pirati” senza scrupoli che ti caricano e scaricano in qualsiasi luogo della città alla modica spesa di tre lei. C’era sempre molta animazione a quell’ora del mattino, la città si era svegliata da un pezzo. Dopo qualche centinaio di metri, raggiunsi il caseggiato dove si trovava il mio ufficio: un vecchio “bloc” costruito in epoca sovietica bisognoso di qualche riparazione, come quasi tutti i palazzi di Chisinau. L’androne del condominio era buio e maleodorante, i muri scrostati mostravano l’età veneranda di quelle costruzioni risalenti ai primi anni cinquanta. Entrai in ascensore e spinsi il bottone del quinto piano. Come al solito l’ascensore era pieno di cicche e barattoli di birra , rimasugli inequivocabili di una festicciola notturna. I moldavi non hanno molta considerazione per i beni comuni, al punto da ritenere l’ascensore un territorio neutro, di proprietà sconosciuta, una sorta di terra di nessuno dove ognuno può fare ciò che vuole. Entrai nel mio ufficio e appesi cappotto su di un vecchio attaccapanni. Anni prima non avevo messo molto impegno nell’arredarlo: quattro sedie, un piccolo divano, un attaccapanni, una scrivania, il telefono, il computer e una macchinetta per fare il caffè con le cialde, gentile omaggio di un imprenditore italiano. Sul pavimento avevo steso un vecchio tappeto che il tempo e l’incuria avevano ridotto in uno stato pietoso. Notai con piacere che il riscaldamento centrale era acceso, spesso mi toccava battere i denti dal freddo. Spalancai la finestra per arieggiare la stanza e mi affacciai al balconcino per respirare l’aria fresca del mattino. Sotto di me si stendeva per tutta la sua lunghezza il grande viale Moscova, un boulevard a otto corsie, orgoglio e vanto dell’ingegneria sovietica di qualche decennio prima, una grande arteria che tagliava in lungo il quartiere Riscani. Come tanti viali di Chisinau, anche viale Moscova era delimitato da una parte e dall’altra da una lunga fila di sicomori per abbellire e dare frescura durante l’estate. Di Chisinau si poteva dire tutto ma non che mancava il verde! In estate aprivano i bar all’aperto, il viale nella sua veste estiva era davvero uno splendore, sorseggiare un caffè seduti ai tavoli di quei bar era una goduria. Alzai lo sguardo e notai nella casa di fronte una signora che stendeva il bucato. Appena mi vide si passò una mano sui capelli e mi lanciò un’occhiata piena di sottintesi. Con una certa soddisfazione tipicamente maschile constatai che il mio fisico asciutto e il mio incarnato abbronzato mediterraneo mietevano ancora vittime. Dispongo, nonostante l’età, di un fisico ben proporzionato e muscoloso frutto di una intensa attività fisica praticata in gioventù e dei cromosomi che gentilmente i miei genitori mi hanno lasciato in eredità. Conduco una vita sana senza peraltro rinunciare ai piaceri della buona tavola. Bevo con moderazione e per questo non riscuoto molte simpatie fra i miei amici moldavi. Rientrai in ufficio e vidi sulla porta semichiusa dell’ufficio un signore che bussava per attirare la mia attenzione. Forse era lì da qualche minuto:

– Il signor Franco Malerba, se non sbaglio? – disse in italiano con il tipico accento del sud.

– Sì, sono io, in che cosa posso esservi utile, signor…?

– Ciferni…Pasquale Ciferni... – gli indicai la poltrona difronte alla mia e mi sedetti.

– Ho visto il suo annuncio su Makler – disse accomodandosi meglio sulla poltrona – non sapevo che qui a Chisinau ci fosse un investigatore privato italiano.

– Ci sono solo io infatti – risposi.

– La polizia moldava l’ha autorizzata a lavorare?

– Perché, ho forse l’aria di un clandestino? – proseguii ridacchiando – signor Ciferni, ci sono diverse centinaia di italiani che risiedono a Chisinau quindi i clienti non mi mancano – mentii spudoratamente – e poi, visto che parlo abbastanza bene il romeno, ho anche diversi clienti moldavi – Questa era la solita storiella che raccontavo ai pochi clienti che varcavano la porta del mio ufficio sperando di convincerli ad avere fiducia nelle mie qualità professionali.

– Cosa posso fare per lei? – aggiunsi.

– Vorrei assumerla – dichiarò lui passandosi la lingua sulle labbra. Il mio visitatore, visibilmente a disagio, giocherellava con il suo cappello, era nervoso e sudava copiosamente, nonostante la temperatura della stanza non era molto diversa da quella esterna. Aveva sbottonato il cappotto e sotto si intravedeva un ventre prominente che a stento riusciva a contenere dentro la camicia. Non raggiungeva i centosessanta centimetri di altezza, era come si suol dire, tanto per usare un garbato eufemismo, un tipo tarchiato. I suoi capelli erano radi e brizzolati e la sua faccia non aveva visto una lametta da barba da qualche giorno. A occhio e croce doveva avere intorno ai sessant’anni anni, profonde rughe intorno agli occhi e alla bocca lo facevano sembrare più vecchio. Aveva le palpebre gonfie che facevano pensare a notti insonni. Ma ciò che più mi incuriosiva del suo aspetto, era la sua faccia: aveva gli occhi senza ciglia. Chissà, forse nell’accendersi una sigaretta aveva usato il lanciafiamme al posto dell’accendino! Gesticolava e parlava con un forte accento meridionale, quasi ci tenesse a far capire a tutti che era italiano e meridionale per di più.

– Benissimo. La mia tariffa è di cinquanta euro al giorno più le spese, sempre in euro – precisai.

– Un trafficone moldavo mi costerebbe meno…

– E’ libero di rivolgersi a chi vuole. Tanto più che non ho ancora deciso se accettare l’incarico – risposi seccato. Non era certo la maniera giusta per trattare un possibile cliente, ma il suo modo di parlare mi dava sui nervi. Ciferni apparteneva a quel genere di persone che risultano subito antipatiche, così, a pelle, senza un evidente motivo. Aveva quella spocchia tipica dei meridionali italiani che credono di essere più furbi degli altri.

– Se mi sono rivolto ad un connazionale ho le mie buone ragioni – disse con tono conciliante e visto che stavo zitto proseguì: – Si tratta di mia moglie…è…è… scomparsa… – Si frugò nella tasca del cappotto e si accese nervosamente una sigaretta, mi porse il pacchetto ma lo rifiutai. La mano gli tremava.

– Se sua moglie è italiana deve informare l’Ambasciata e il Consolato che provvederanno ad informare le autorità competenti. Se invece è moldava deve informare la polizia. Non credo di potervi aiutare.

– Questo caso non riguarda la polizia – tirò nervosamente qualche boccata – Non è la prima volta che scappa.

– Ah! Capisco! Questo cambia le cose. – Questa storia è cominciata qualche mese fa. Ero uscito dopo pranzo. Al mio ritorno trovai la casa vuota. Natalia non rientrò la sera, temevo che le fosse accaduto qualche incidente. A mezzanotte telefonai alla polizia.

– Era la prima volta che accadeva…?

– Non mi interrompa la prego. La polizia aveva cercato di rassicurarmi. Mi ero addormentato sulla poltrona aspettandola. Verso le sette del mattino fui svegliato dal rumore della porta che sbatteva. Era Natalia, pallida, con gli occhi cerchiati, l’aspetto stanco e sofferente. Puzzava di alcool. Non rispose alle mie domande, si chiuse in camera – Ciferni spense nervosamente la sigaretta nel posacenere.

– Senza alcuna spiegazione? – fece finta di non sentire.

– A mezzogiorno, quando si svegliò, mi disse che non ricordava nulla della notte precedente.

– Un’amnesia momentanea?

– E’ quello che pensai anch’io, le suggerii di farsi visitare da un medico.

– E lei…?

– Mi fece delle vaghe promesse. Attribuii l’incidente a un attacco di nevrastenia momentanea, decisi di non pensarci più. Un mese dopo, seconda fuga: sparizione, ritorno all’alba, stessi sintomi di perdita di memoria. Quella volta chiesi insistentemente una spiegazione, lei mi rispose che non aveva fatto nulla di male, nulla di cui vergognarsi ed io mi lasciai convincere. – La storia si ripeté per altre due volte, l’accusai di tradirmi. Pianse, mi diede la sua parola d’onore che non era vero. In seguito alla mia insistenza si decise a fissare un appuntamento con un medico.

– L’ha accompagnata lei?

– No, preferì andarci da sola

– Diagnosi?

– Al suo ritorno la soffocai di domande. Mi rispose evasivamente, mi fece vedere una ricetta. Calmanti.

– E poi…?

– Non sono un imbecille signor Malerba – sogghignò amaramente – Ieri pomeriggio, approfittando della mia assenza, è scomparsa di nuovo. Ero furioso. Sono andato a letto sicuro di vederla ricomparire questa mattina, morta di stanchezza e ubriaca e con la solita…amnesia. Ma niente! Ho aspettato fino alle sette, alle otto. Niente! Ho preso l’auto ed eccomi qua! Avevo visto il vostro annuncio ieri. Ormai sono deciso a mettere fine ai tradimenti di mia moglie.

– Ha altre prove del suo tradimento, prove materiali intendo?

– Anzitutto, poco prima della sua prima scomparsa, ha insistito perché dormissimo in letti separati, inoltre…guardi, ecco quello che ho trovato nella sua borsetta il giorno in cui andò dal medico…- Levò dalla tasca una busta chiusa e me la porse

– Può aprirla. La busta conteneva una chiave con un anello al quale era fissata una placca a forma di cuore con su inciso il numero 14.

– Una camera d’albergo – dissi.

– Sì. E sono sicuro che c’è un altro uomo nella sua vita…Io desidero che troviate Natalia e scopriate chi è costui – Rigirava la chiave tra le dita. Una comunissima chiave d’albergo. Nessun segno particolare, poteva provenire sicuramente da un piccolo albergo come ce ne sono tanti a Chisinau. Presi il taccuino.

– Mi descriva i connotati di sua moglie.

– Molto più giovane di me, ha compiuto trentasei anni il febbraio scorso, bruna, occhi neri, colorito pallido. Presumo indossi un cappotto scuro con pelliccia, stivali fino al ginocchio e un berretto rosso.

– Documenti? Denaro?…

– Ha la carta d’identità moldava e il passaporto italiano. Credo abbia in borsetta un migliaio di lei…

– Una fotografia mi aiuterebbe molto.

– Ne ho una. Purtroppo non ben riuscita – Levò di tasca il portafogli da cui tolse una istantanea e me la porse – L’ho fatta questa estate al mare, in Turchia. Il ritratto corrispondeva in parte alla descrizione. Si vedeva un gran pezzo di figliola in costume da bagno, sullo sfondo si intravedeva un paesaggio marino roccioso. Una gran bella donna, non c’era alcun dubbio! Voltai la fotografia. Sul rovescio una scritta e una data: Antalya – Agosto 2011, scritto con calligrafia minuta.

– Potrà bastare? – mi chiese Ciferni.

– Avrei preferito una foto da passaporto.

– E’ l’unica che possiedo e la prego di non perderla.

– Gliela restituirò appena avrò trovato la signora Ciferni. Immagino che la signora sia di nazionalità italiana.

– Sì, ci siamo conosciuti a Salerno, la mia città, lei faceva la badante e qualche lavoretto extra, avevo bisogno di un aiuto per mia zia malata. L’ho assunta e abbiamo preso a frequentarci. Si sa come vanno queste cose, io avevo un divorzio alle spalle e mi sembrò la persona giusta per un nuovo tentativo. Nel 2008 ci siamo sposati e subito dopo trasferiti in Moldova. E’ stata una pazzia! Questo succede quando si sposa una donna molto più giovane! – Ciferni si era fatto rosso in volto, un tic nervoso gli tormentava la guancia.

– Altre indicazioni…?

– Nessuna! Non so nulla dei suoi precedenti e non mi interessano. Non ha parenti che frequenta che io sappia, passa le giornate a leggere e ascoltare musica.

– Sua moglie ha mai minacciato di lasciarla?

– Mai. Siamo andati sempre d’accordo. Almeno fino a qualche mese fa.

– Non è accaduto nulla da quando vi siete sposati che possa spiegare la sua condotta?

– Ha cominciato a trattarmi male dall’estate scorsa. Le ho chiesto cosa avesse da rimproverarmi, ma non mi ha mai dato una spiegazione.

– Ha l’abitudine di bere?

– Mai, nel modo più assoluto, detestava l’alcool. Credo che abbia cominciato a bere forse influenzata dal suo amante – si alzò – conto su di lei signor Malerba.

– Farò del mio meglio  

Prese il cappello e si diresse verso la porta. Udendo il mio discreto colpo di tosse si voltò.

– La prego di scusarmi – disse – Avevo dimenticato… 

Tornò indietro, levò di tasca il portafogli e tirò fuori 500 euro che appoggiò sulla scrivania.

– Li prenda come acconto. Le telefonerò domattina, signor Malerba – disse Ciferni – Se nel frattempo ci dovessero essere delle novità, mi telefoni o passi pure da me, abito in strada Lacului 320, una traversa di Drumul Viitorului, nel quartiere Telecentru – Ci scambiammo i bigliettini da visita.

– Mi raccomando soprattutto la discrezione – aggiunse infine.

Appena uscito il mio visitatore, corsi al balcone per osservarlo, lo vidi uscire dall’ingresso principale dopo due minuti. Si fermò per un istante e si incamminò verso l’auto che aveva parcheggiato sul marciapiede. Rientrai, mi sedetti alla scrivania e ripensai allo strano personaggio che mi aveva fatto visita. I guai del signor Ciferni scaturivano dal fatto che aveva sposato una donna molto più giovane di lui. La solita vecchia storia! II

Un italiano che fa il mio mestiere in Moldova ha bisogno di buoni amici, di conoscenze, di “relazie” come si dice da queste parti, altrimenti è fottuto. Se non ne ha è meglio fare le valige e tornarsene da dove è venuto. Un investigatore privato straniero in Moldova senza le giuste conoscenze dura come un gatto sulla tangenziale. Io di conoscenze preziose ne ho almeno due: il commissario capo Vadim Parlicov, della polizia investigativa di Chisinau e Raisa Agaci, giornalista televisiva della redazione di StirileTV, una emittente privata. Il commissario Parlicov era mio amico da sempre, da quando sette anni prima avevo messo piede a Chisinau, era un poliziotto che aveva passato indenne il periodo sovietico, una vecchia volpe che si muoveva a proprio agio nel sottobosco criminale della città. Mi aveva aiutato non poco a ambientarmi in Moldova con i suoi consigli. Fra noi era subito nato un certo feeling, una simpatia e una stima reciproca che resisteva ormai da alcuni anni. Vadim mi aveva aiutato a ottenere la licenza da investigatore, cosa non facile in Moldova, ed io, in cambio, gli fornivo informazioni nei casi in cui erano implicati italiani. Raisa Agaci invece l’avevo conosciuta nel 2008 quando stava preparando un servizio giornalistico sulla comunità italiana in Moldova. Lavorava all’epoca per un giornaletto locale per pochi lei. Da quei giorni Raisa aveva fatto molta strada. Conosceva quasi tutta la Chisinau che conta ed era ben introdotta negli ambienti giornalistici e politici. Uno schianto di donna intelligente e affascinante di quarant’anni dai capelli biondi e un corpo da fare invidia a una ventenne, una bellezza mozzafiato dai tipici connotati slavi. Fin dai primi momenti non avevo rinunciato a corteggiarla cercando di sedurla ma, ahimè, con scarsi risultati. A conti fatti, quando ero in sua compagnia, mi dovevo accontentare di recitare la parte del buon amico, un ruolo a cui mi ero, a malincuore, abituato. Ma non mi ero arreso, prima o poi contavo di “espugnare la fortezza”! Verso le undici decisi di far visita al commissario Parlicov. In ufficio c’era calma piatta, inserii la segreteria telefonica e uscii. Tornai verso casa per tirar fuori dal garage la mia vecchia auto, una Moskovich del 1988 acquistata di seconda mano subito dopo il mio arrivo in Moldova. Non era il massimo del comfort, ma mi trasportava da un posto all’altro della città, e questo mi bastava. Dopo pochi minuti parcheggiavo la mia auto su strada Veronica Micle, nei pressi del Ministero degli Interni, dov’era l’ufficio di Parlicov. Salii le scale fino al secondo piano e imboccai un lungo corridoio con diverse porte che si aprivano da una parte e dall’altra. Arrivato davanti alla porta dell’ufficio di Parlicov, bussai e entrai.

– Buongiorno, posso parlare con il commissario? – dissi rivolto alla segretaria, un gran pezzo di ragazza con una minigonna attillatissima.

– Vedo se il commissario può riceverla – disse lei e scomparve dietro la porta. Vadim mi ricevette subito nel solito ufficio disadorno dei funzionari di stato moldavi: una piccola scrivania, tre sedie, una piccola biblioteca, un contenitore di pratiche, qualche stampa appesa al muro e le piante grasse alla finestra. Un arredo rimasto intatto dall’era sovietica. Il commissario mi accolse calorosamente come al solito, mi abbracciò e mi disse con tono burbero:

– Come stai Franco, è tanto che non ti fai vedere accidenti a te! Scommetto che hai qualche rogna e hai bisogno del tuo vecchio amico poliziotto!

– Indovinato vecchio mio! – Vadim è il classico moldavo bene in carne dal colorito roseo: un omone alto e vigoroso che in gioventù aveva praticato con un certo successo diversi sport. Ha modi bruschi e risoluti che al primo impatto lo fanno apparire scorbutico, di poche parole ma, conoscendolo, si scopre che è il classico burbero dal cuore tenero. Grande appassionato di pesca con la lenza, trascorreva gran parte del suo tempo libero a pescare nei tanti laghi che ci sono nei dintorni della città e sul fiume Nistru. D’inverno pesca nei laghi ghiacciati praticando un buco sulle superficie con una specie di trapano a mano e se ne sta per ore con una piccola lenza in mano ad aspettare che qualche pesciolino, congelato dal freddo, decida che è meglio finire la sua esistenza nella padella di Vadim. Quando non parla di indagini e fatti criminosi, le sue conversazioni amichevoli vertono più che altro sulla pesca, sui pesci e il modo migliore per cucinarli. Tutti i fine settimana della bella stagione scompare e se ne sta per due giorni a pescare con amici e a dormire in tenda sulle rive di qualche lago o sul fiume. Ama indossare il basco, uno strano copricapo per i moldavi, è difficile sorprenderlo in giro senza il suo berretto preferito. Spesso lo indossa anche in casa, la moglie Olga mi ha detto che se lo toglie solo per andare a letto. Per lui, dopo la moglie e la pesca, il basco è la cosa più preziosa al mondo. Ne possiede un gran numero che esibisce a seconda dell’occasione. Ci accomodammo e ordinò alla segretaria un tè e un caffè. Gli raccontai della visita di Pasquale Ciferni senza omettere nessun particolare. Lui ascoltò senza interrompermi sorseggiando la sua bevanda. Quando ebbi finito gli diedi la foto di Natalia e la chiave. Sapevo di potermi fidare. Dopo aver scrutato a lungo la foto, lesse lo scritto a tergo.

– Che impressione ti ha fatto questo Ciferni? – mi chiese.

– Non molto simpatico. E’ un meridionale italiano del tipo… “io sono furbo, gli altri sono tutti babbei”.

– Qualcosa ti ha colpito in particolare?

– Prima di tutto la precisione nel descrivermi la moglie e poi il fatto che ha messo la chiave in una busta chiusa.

– Ne deduci…

– Che forse si tratta di un collega… – Vadim sorrise sornione.

– Sei anche tu del mio parere? – chiesi.

– Forse…Per questo provvederò a farti avere informazioni su Natalia, ma anche del tuo cliente che, detto fra noi, mi sembra un tipo stravagante – Scrisse qualcosa su un pezzo di carta, chiamò un poliziotto e gli parlò a bassa voce consegnandogli l’appunto.

– Fra poco ne sapremo di più – disse mentre prendeva una sorsata dal suo tè.

– Devo sapere da quale albergo proviene questa chiave. Non sarà facile, a Chisinau ci sono tanti alberghi – si mise a ridere.

– Non gridare al miracolo, ma se non sbaglio la chiave proviene dall’Hotel “Trei Stejar”.

– Ma no…! Ne sei sicuro?

– Se sbaglio dovrai cercare a lungo tra i tanti alberghetti che ci sono in città, ma io sono quasi sicuro. Quelle targhette a forma di cuore…Cojocaru è un sentimentale.

– Cojocaru?

– Il proprietario. Un duro a suo tempo, ora si è messo a rigar dritto.

– Un puttanaio, immagino…

– Un piccolo albergo malfamato che Cojocaru affitta a chi vuole passare qualche ora in allegra compagnia e…senza tanti pensieri. Puoi andare da lui a nome mio.

Chiacchierammo del più e del meno per qualche minuto, mi parlò di lenze e nuove esche, delle sue imprese nel week end precedente. Mi descrisse in tutti i particolari la sua ultima impresa sul fiume: una carpa di sei chili. In queste conversazioni non ho avuto mai il coraggio di dirgli che delle sue imprese con la lenza non me ne fregava niente. Infine, quando si accorse che seguivo il suo racconto emettendo grugniti, mi invitò a cena a casa sua il sabato successivo. Suonò il telefono, l’ispettore alzò la cornetta, ascoltò, brontolò qualche commento, scrisse qualche appunto e riattaccò.

– Ecco qua – disse – Pasquale Ciferni, sessantadue anni, nato in provincia di Salerno. Nessun mestiere segnalato. Vedi? Forse ci siamo sbagliati, nessuna professione. Non mi piacciono i senza professione! E’ un cliente della banca Moldovabank. Vive di rendita e abita in una villetta nel quartiere Telecentru. Nessuna traccia nel casellario ma non vuol dire nulla.

– Quando risulta essere arrivato in Moldova Ciferni?

– Aprile 2008. Si è subito stabilito nel suo attuale domicilio. Se ti può interessare in nessun ospedale risulta ricoverata una signora Ciferni.

– Conclusione…

– Te ne puoi occupare…con discrezione…che cosa hai da ridere?

– Il mio cliente mi ha fatto la stessa raccomandazione.

– Lo capisco benissimo! Immagina che per trovare la moglie romperai le scatole a mezza città. Dopo queste parole si alzò, girò intorno alla scrivania e mi dette una manata sulla spalla.

– Non dimenticarti di sabato a cena, Franco. Olga Ivanovna ti preparerà un bella cenetta.

Vadim, come Maigret, chiamava la moglie per nome e cognome, anzi, per nome e patronimico. Lo lasciai che armeggiava ancora con la tazza di tè. 

(continua)


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