Il cliente senza ciglia (2a parte)

by nikita


2016/09/12, 20:30



Uscii in strada e salii in macchina. L’Hotel “Trei Stejar” si trovava nel quartiere Posta Veche, non proprio il quartiere più elegante della capitale. Giunto davanti all’insegna dell’hotel parcheggiai l’auto e scesi. Mi fermai un attimo ad osservare il luogo: una vecchia palazzina a tre piani con una facciata che aveva visto tempi migliori e una porta a vetri che fungeva da entrata. Qualche metro più in là c’era l’insegna di un buffet uzbeko chiuso per restauro. Alzai lo sguardo, c’erano crepe dappertutto, la costruzione doveva avere un centinaio di anni di vita. Un uomo uscì frettolosamente dall’albergo, guardò a destra e sinistra e si allontanò. Dopo qualche secondo uscì una ragazza molto appariscente di 25-30 anni che si allontanò nella direzione opposta.

Attraversai la strada e spalancai la porta, uno scampanellio risuonò in una piccola stanza deserta che fungeva da hall. Di fronte all’entrata c’era un vecchio bancone annerito, sulla sinistra un divano e due poltrone consunte dal tempo e dall’usura. Dall’altra parte si apriva un corridoio e in fondo si scorgeva una porta sopra la quale c’era un cartello gualcito con su scritto “Direzione al primo piano”. Spinsi la porta e infilai una scala di legno scricchiolante. Puzzava di latrina, cavolo bollito e tappeti polverosi. Arrivato al primo piano vidi una porta con su scritto “Direzione” e bussai.

– Avanti!

Feci capolino nella stanza che fungeva da direzione, il “direttore” era in pausa pranzo. In Moldova si mangia a tutte le ore, non esiste un’ora per consumare i pasti principali. I moldavi possono mangiare una zuppa alle undici del mattino come alle sedici del pomeriggio.

Un omaccione obeso di una cinquantina d’anni in tuta sportiva unta e bisunta e una donna della stessa età, secca come un chiodo, erano seduti a tavola e si contendevano avidamente pezzetti di pesce affumicato e salato, la famigerata “seliotka”, accompagnando ogni boccone con dei cetriolini marinati e gambi di cipolla fresca. L’odore che si sentiva non era dei più invitanti. Tutti e due mi fissarono, poi guardarono oltre le mie spalle con tanta insistenza che mi voltai anch’io. Erano stupiti di vedere un uomo solo.

– Se cercate una camera niente da fare – disse l’uomo a bocca piena – Sono tutte occupate – E riprese a masticare.

– Non cerco una camera – risposi.

Inghiottì il boccone e mi squadrò meglio.

– Cosa volete allora?

I suoi occhi piccoli e irrequieti non mi lasciavano un istante. Si pulì la bocca con il dorso della mano e prima che potessi rispondere, aggiunse: – Non vedete che stiamo mangiando? Ritornate più tardi.

Mi chinai verso di lui e a bassa voce:

– Sono un amico del commissario Parlicov e vorrei qualche informazione.

– Ah!

Nessun entusiasmo nella sua voce, era visibilmente scocciato. Si grattò la testa, si alzò da tavola e guardò tristemente il pesce rimasto nel suo piatto.

– Venite!

Mi fece strada fino a uno stanzino lurido per metà occupato da un vecchio tavolo e un paio di sedie.

– Sedetevi! – si sedette pesantemente su una sedia scricchiolante – E allora!

Sentivo l’odore di pesce frammisto a quello della cipolla fresca e sudore a distanza di tre metri: Cojocaru non era un gran consumatore di sapone e acqua di colonia. Posai sul tavolo davanti a lui la chiave. L’albergatore la prese, la esaminò.

– E’ del vostro albergo? – chiesi.

– Sì…

– Quando vi siete accorto che era sparita?

– Che ne so…Mica tengo un registro delle chiavi che si perdono…Forse qualche mese fa…

– Forse ricordate una signora che frequentava il vostro albergo… – descrissi la signora Ciferni – Potrebbe essere questa signora che per sbaglio ha portato via la chiave?

– E’ possibile…

– La signora è scomparsa e io la sto cercando.

Cojocaru scrollò le spalle, si soffiò il naso rumorosamente con un fazzoletto che aveva in una tasca della tuta.

– Tutto quello che vi posso dire è che non si trova qui.

– Quando l’avete vista l’ultima volta?

– Di clienti ne vedo trenta o quaranta al giorno…vanno…vengono…

– Il commissario Parlicov mi ha detto…

– Sicuro…sicuro…vorrei aiutarvi, ma non è semplice.

– Fate uno sforzo. L’avete vista di recente?

– No. Di questo ne sono certo.

Si grattò il mento, stava cercando di ricordare.

– Sono più di due mesi che non la vedo – disse infine – Forse di più.

– Veniva spesso?

– Boh! Forse l’ho vista quattro o cinque volte in tutto.

– A che epoca risale la sua prima visita?

– Ma come faccio a ricordare…

– Si sforzi, è importante signor Cojocaru.

Rimase per un po’ pensieroso, si stava spremendo le meningi, gettò uno sguardo oltre la porta pensando al pesce affumicato che lo stava aspettando.

– Aspettate! Credo di aver trovato! Doveva essere la fine di ottobre. Ecco, ora ricordo. Le ho dato la numero quattordici appena rimessa a nuovo.

Frugò in un cassetto della scrivania e tirò fuori un pezzo di carta tutto gualcito.

– Eccolo! Avete avuto fortuna, è la nota spese di un muratore che ha fatto dei lavori…E’ del trenta ottobre, la signora deve essere venuta i primi giorni di novembre.

– Benissimo – risposi – E ora ditemi con chi veniva!

– Con nessuno.

– Volete scherzare!

– Sulla mia parola, era sola!

– Sola..? Proprio sola…?

– Certo. E vi dirò che la cosa non mi piaceva, anche per il suo stato… era visibilmente sbronza…Temevo per qualche pasticcio.

– Però l’avete accolta ugualmente.

– Mi diede un biglietto da cinquecento lei – mi rispose mentre con uno stuzzicadenti aveva cominciato a fare pulizia – ho corso il rischio.

– Raccontatemi bene come sono andate le cose.

– Beh…lei arrivava sempre verso mezzanotte, mi dava un biglietto da cinquecento e si chiudeva in camera. L’indomani mattina presto se ne andava.

– E’ venuta sempre sola?

– Sempre.

– Sempre ubriaca?

– Non proprio ubriaca fradicia, diciamo brilla, non barcollava né sparlava se volete intendere questo.

– Non l’avete mai vista nel quartiere?

– No…Ma aspettate! Una volta l’ho vista in centro.

– Sempre sola o l’avete vista con un uomo basso e robusto di una certa età?

– Niente affatto! Era con un giovane, uno studente credo.

– Ma allora lo conoscete!

Egli fece finta di assumere un aria innocente.

– Insomma, vi dirò tutto, è un mio cliente e non vorrei avesse noie. – Sospirò profondamente – Veniva qui due o tre volte al mese, gli facevo un prezzo scontato.

– Sapete come si chiama? Deve risultare dalla scheda.

– Non faccio riempire la scheda a chi viene qui per qualche ora.

– E allora, come lo posso trovare?

Fece finta di pensare, assunse un aria imbarazzata.

Voglio darvi una traccia – disse alla fine – Siete un amico del commissario Parlicov e lui è stato molto buono con me. Il giovanotto veniva spesso con la piccola Maria…Una brava ragazza. La potete trovare al bar “Doi Cocosi”, lì la conoscono tutti. Lei conosce sicuramente il nome del giovane.

– Non sapete niente altro? Mi avete detto proprio tutto?

Vi ho detto proprio tutto, sulla mia parola.

Ci alzammo e ci incamminammo verso la porta. Nell’attraversare il pianerottolo vidi la signora ancora seduta al tavolo, aveva un’aria seccata, era stata costretta a consumare il pasto da sola.

– Porti i miei ossequi al commissario – mi disse l’albergatore sulla soglia – è tanto tempo che non ci vediamo…ma è meglio così.

Uscii all’aria aperta, non ne potevo più di quell’odore di pesce affumicato! Mi tirai su il bavero del cappotto, tirava un venticello freddo da nord, guardai verso il cielo rabbrividendo. Risalii in auto e mi diressi verso il centro.

IV

Parcheggiai l’auto dove parcheggiavo di solito quando mi recavo in centro, su strada Columna, una stradina che costeggiava il parco centrale. Il bar “Doi Cocosi” non era proprio dalla parte del parco ma dall’altra parte della strada Puskin. Entrai nel piccolo bar invaso dal fumo e mi sedetti. A Chisinau in molti locali pubblici si poteva fumare e i “Doi Cocosi” era uno di questi. Arrivò il cameriere, ordinai un caffè espresso. Come in tutti i bar della capitale, la musica andava a tutto volume, questi locali più che bar sembravano discoteche. Il bar, manco a dirlo, era pieno di ragazzi, i soli ad avere soldi da spendere, quelli inviati ogni mese da papà e mamma che si rompevano la schiena all’estero. La maggior parte dei locali pubblici in Moldova erano frequentati al 90% da giovani al di sotto dei venti anni. I bar di lusso, quelli dei alberghi più rinomati, erano per una clientela più danarosa, i cosiddetti “businessman”, ambigui personaggi arricchiti drenando gli euro che i migranti inviavano ogni mese.

Il cameriere mi portò il caffè, lo assaggiai: un intruglio imbevibile, forse fatto con quello solubile. Sorseggiai quella specie di liquido colorato guardandomi intorno, diversi gruppi di ragazzi bevevano e fumavano mentre nel locale si udiva una musica assordante. Feci un cenno al cameriere e chiesi il conto che pagai lasciando una grossa mancia. Il ragazzo di una ventina d’anni mi ringraziò sorridendomi ed io, prima di andare, gli chiesi:

– Conosci una ragazza che si chiama Maria?

– Certo – mi rispose il ragazzo.

– Oggi non si è vista?

– E’ presto signore, di solito viene più tardi.

– Peccato, avevo qualcosa di urgente da dirle. Non sai dove posso trovarla?

Il giovane cameriere si fece diffidente, mi squadrò dalla testa ai piedi.

– No, non so proprio. Viene quasi tutti i giorni con un gruppo di amici, parlano un po’ e se ne vanno. Se proprio volete vederla vi conviene aspettare.

– Grazie, ne approfitterò per mangiare qualcosa – L’idea di addebitare il pranzo a Ciferni mi mise di buon umore.

Ordinai una “solianka”, una zuppa, una “placinta cu brinza” e una birra. Mangiai con appetito, d’inverno mi ero convertivo anch’io alle zuppe, sentivo il bisogno di qualcosa di caldo per riscaldare lo stomaco. Pagai e lasciai un’altra generosa mancia. La musica cominciava a darmi fastidio, decisi di uscire a prendere una boccata d’aria.

– Se viene Maria devo dirle qualcosa? – Il ragazzo voleva risolvere in un giorno il problema mance di tutto il mese!

– No…grazie! Mi rifarò vivo io.

Uscii in strada e respirai a pieni polmoni, il fumo di sigaretta mi aveva intossicato. Svoltai su strada Puskin come al solito invasa da un traffico infernale, era una delle strade più affollate della capitale. Nelle strade trafficate del centro si avvertiva subito la cacofonia assordante dei clacson, passatempo preferito dei moldavi.

Mi incamminai su Puskin, sulla destra vedevo il grande Parco Centrale, tristemente deserto con gli alberi spogli per l’autunno inoltrato. Molti negozi avevano addobbato le vetrine con le luminarie, l’atmosfera natalizia che si respirava a Chisinau non si poteva certo paragonare a quella delle grandi capitali europee ma negli ultimi anni le cose stavano cambiando. Dopo un centinaio di metri giunsi sul viale Stefan Cel Mare, proprio di fronte ai magazzini Gemeni, mi fermai all’incrocio con strada Puskin: il centro geografico, il cuore pulsante della capitale e del paese. Nella grande piazza stavano allestendo l’albero di Natale e le prime boutique avevano aperto già i battenti. Il freddo era pungente, mi incamminai sul marciapiede che costeggiava il grande parco centrale, alcuni bambini si facevano fotografare in groppa a dei pony. Sullo sfondo, proprio in mezzo al parco, si poteva scorgere Cattedrale, la chiesa più importante del paese.

Proseguendo con la mia passeggiata, a sinistra, dall’altra parte della piazza, c’erano alcuni operai che allestivano la facciata del palazzo del governo con luci multicolori. Passai sotto il famoso Arco di Trionfo eretto per commemorare la guerra vinta contro i turchi, simbolo e vanto della città. In lontananza c’era la statua di Stefan Cel Mare, il grande eroe moldavo, che con la spada sguainata e la croce in pugno sovrintendeva annoiato alla solita commemorazione quotidiana che si svolgeva ai suoi piedi.

Di tanto in tanto mi fermavo ad osservare le “palatki”, le bancarelle improvvisate che vendevano cianfrusaglie. In una comprai un cavallino in miniatura da regalare alla signora Parlicov: l’anno che stava per arrivare era l’anno del cavallo secondo il calendario cinese. Ogni anno mi chiedevo cosa mai avevano da spartire i moldavi con il calendario cinese! Mah! Un’altra delle tante stramberie che si notano qui in Moldova!

Era passata quasi un’ora da quando avevo lasciato il bar, forse Maria si era fatta viva. Mi riavviai verso strada Columna tagliando per il parco per far prima.

Arrivai al bar “Doi Cocosi” e il cameriere di prima mi venne incontro non appena mi vide entrare.

– Maria è seduta là signore – mi indicò con la testa un angolo della saletta occupato da un gruppo di ragazzi.

– Grazie, mi siedo qui, dille che vorrei parlarle.

Mi sedetti. Lo vidi rivolgersi a una brunetta con i capelli corti. Mentre il cameriere parlava le teste dei ragazzi si girarono verso di me. Poi la brunetta si alzò e si avvicinò al mio tavolo.

Era di un’età indefinita, poteva avere diciotto anni come ventotto, aveva occhi azzurri bellissimi, aveva un maquillage molto accurato come la maggior parte delle ragazze moldave. Indossava un cappottino con bavero di pelliccia. Ai piedi i soliti stivali fino al ginocchio. Masticava un chewingum con aria insolente.

Si fermò davanti al mio tavolo, mi scrutò un istante e si sedette sulla poltrona difronte alla mia. Il cameriere l’aveva seguita.

– Sì? – mi apostrofò la ragazza

– Sono Franco Malerba – mi presentai alzandomi in piedi. Lei mi dette la mano.

– Cosa beve? Posso offrirle qualcosa? – proseguii

– Un mojito – e sollevò la testa in gesto di sfida.

– Un mojito e una vodka – ordinai al cameriere

– Beh…cosa vuole? – disse lei sempre con quel suo tono impertinente.

Tirai fuori dalla tasca il pacchetto di sigarette e con studiata lentezza ne accesi una.

– Vorrei parlarle di un tale.

– Ah, sì? Ne conosco tanti! Di chi?

Non lo mettevo in dubbio. Dopo aver tirato una boccata dalla sigaretta continuai:

– Di un amico…un amico che vorrei rintracciare…credo che lei possa aiutarmi.

– Davvero? Chi è? – chiese lei sempre con quell’aria incuriosita e sfacciata.

Il cameriere portò le nostre ordinazioni. Bevvi la mia vodka a piccoli sorsi. Anche lei assaggiò il suo aperitivo, poi posò il bicchiere.

– Ha un nome italiano se non sbaglio! Lei non è moldavo! – esclamò all’improvviso squadrandomi.

– Ha indovinato, sono italiano.

– Che diavolo ci fate voi italiani qui in Moldova non lo capirò mai! Avete lasciato l’Italia per rintanarvi in questo buco! Mah…chi vi capisce è bravo!

Era il solito fervorino che mi toccava sopportare quando i moldavi si rendevano conto che ero italiano. Ormai ci avevo fatto l’abitudine, non replicavo neanche.

– Chi vorrebbe rintracciare? – proseguì la ragazza

– Un giovane che aveva l’abitudine di condurvi al “Trei Stejar”.

– Igor! – disse lei d’impeto, ma si morse le labbra.

– Igor…?

Tirai un’altra boccata di sigaretta. La ragazza era visibilmente nervosa, si fece guardinga.

– Cosa vuole da lui?

– Ritrovarlo.

– Igor? Non lo vedo da tanto tempo.

– Vorrei il suo indirizzo… – Mi accorsi che alcuni clienti ci osservavano, abbassai la voce -…o il suo numero di telefono…vorrei con il suo tramite rintracciare un amico comune.

– Ma lei chi diavolo è?

Tirai fuori una vecchia tessera da giornalista e gliela feci vedere. Lei parve notevolmente rassicurata.

– Conosco molti amici di Igor – disse – forse potrei aiutarla.

– Ne dubito! Comunque cerco un certo Ciferni.

– Ciferni…Ciferni…è italiano?…Non mi sembra di conoscerlo!

Nonostante la loro “intimità” sembrava proprio che Igor non avesse l’abitudine di farle certe confidenze.

La ragazza frugò nella borsetta, tirò fuori il suo cellulare, armeggiò per qualche secondo.

– Igor…ecco il suo numero di cellulare…se ha intenzione di chiamarlo non gli parli di me…

Mi segnai il numero, mi alzai e lasciai trecento lei sul tavolo e la salutai.

– Paghi le consumazioni e con il resto faccia ciò che vuole.

Uscii sul marciapiedi e mi voltai a osservarla attraverso la vetrata. Stringeva le banconote in mano con aria stupita e meravigliata.

Appena uscito in strada chiamai subito Igor al cellulare.

– Pronto Igor, sono Franco Malerba, vorrei incontrarla per un affare urgente.

– Io…mi scusi…non ho capito bene il suo nome.

– Malerba. Non mi conoscete.

– Una cosa urgente ha detto?

– Sì.

– Di che genere?

– La signora Ciferni.

– Non ho il piacere di conoscerla.

– Natalia…

Si udì una esclamazione all’altro capo del telefono

– Nata…lei non è…

– Senta, non perdiamo tempo. No, non sono il marito e non ho intenzione di crearle fastidi. Però dobbiamo vederci.

– Ma…non so… non ora…ho da fare…

– Lo immagino. La aspetterò nel mio ufficio… – Gli diedi l’indirizzo – …alle otto e mezzo, stasera. Va bene?

– Ci sarò.

– Bene.

Recuperai l’auto su Columna e me ne tornai a casa, era mercoledì, il giorno delle pulizie. Liuda rassettava il mio l’appartamento un paio di volte a settimana dalle 15 alle 18 per cinquecento lei al mese. Liuda, come molti moldavi, svolgeva più lavori per arrotondare il magro stipendio da infermiera: faceva le pulizie nel mio appartamento e la mattina presto dalle quattro alle otto in un casinò. Era infermiera diplomata e percepiva uno stipendio da fame. Rientrai in casa mentre passava l’aspirapolvere.

– Salve Liuda, come va? – urlai per coprire il frastuono dell’aspirapolvere.

– Come volete che vada signor Franco, sempre la solita vita!

Liuda aveva il marito disoccupato con una certa predilezione per le bevute e un figlio adolescente da mantenere. La sua vita era come quella di tante donne moldave: si sacrificavano per mandare avanti il menage familiare a costo di grandi sacrifici. Le donne moldave dovrebbero avere un citazione d’onore nella storia della Moldova moderna e erigere a loro un monumento da affiancare a quello dell’eroe moldavo per antonomasia sulla grande piazza: il grande Stefan Cel Mare, strenuo difensore della cristianità nella lotta contro gli ottomani, colui che sconfisse i turchi nella battaglia di Vaslui. Sarebbe bello vedere due statue affiancate in quel largo spiazzo pieno di fiori: una dell’eroe della guerra di liberazione contro i turchi e l’altra alla donna moldava migrante, l’eroina moderna della guerra di liberazione dalla povertà. Sono convinto che “l’atleta di Cristo”, così chiamato da un papa il grande eroe, dall’alto del suo piedistallo, annuirebbe soddisfatto per “l’intrusione”, avrebbe sicuramente gradito la presenza accanto a lui di una compagnia femminile.

Igor arrivò in anticipo quella sera perché lo trovai nel corridoio che ciondolava. Era un ragazzo di circa venticinque anni di bell’aspetto, alto e allampanato. Aveva i capelli lunghi pettinati “all’occidentale”, cosa rara fra i giovani moldavi che si rasano quasi a zero. Vestiva con una certa eleganza, era certamente un giovane della nuova generazione nato e cresciuto nella grande città. Appena mi vide mi venne incontro.

– Il signor Malerba?

– Sì. Seguimi.

Feci entrare Igor nel mio ufficio, accesi la luce, gli indicai una sedia. Io mi sedetti dietro la scrivania.

– Lei è un investigatore privato, vero? – mi chiese un po’ preoccupato. Inghiottiva a vuoto il ragazzo, mi guardava timoroso. Annuii.

– Ho visto la sua targa sulla porta. Pensavo che gli investigatori privati esistessero solo nei film americani.

– Ora ci sono anche in Moldova.

Gli offrii una sigaretta e l’accese. Tirò alcune boccate e cercò di assumere un’aria disinvolta.

– Vorrei – cominciai – che mi parlassi della signora Natalia Ciferni

– Che cosa le è…successo?

– E’ scomparsa.

Il giovane impallidì.

– Io non c’entro in questo affare – balbettò – Non ho fatto nulla!

– Infatti non ti sto accusando. Mi hanno incaricato di ritrovarla e sto interrogando gli “intimi” della donna e tu sei tra questi!

– Vorrebbe dire…

– Ascoltami, non me ne frega niente se tu sei l’amante o il fratello. Ti chiedo solo di aiutarmi a ritrovarla sia che si tratti della tua amante o altro.

– Ma…non era la mia amante!

– Ah!

– Non mi crede?

– Non ho detto questo. Allora… cominciamo da principio.

– E’ una storia lunga.

– Non importa. Non ho fretta, abbiamo tutta la notte a disposizione.

– Allora, come l’hai conosciuta?

– L’estate scorsa, passeggiavo in centro, la vidi seduta su una panchina del parco centrale, sola. E’ una bella donna, ho cercato di rimorchiarla. Dapprima non voleva darmi retta, si era alzata per andar via…

Parlava e fumava avidamente il ragazzo. Spinsi verso di lui il posacenere.

– L’ho seguita, ho insistito. E ha finito per rispondermi. Abbiamo preso un gelato in un bar del centro. Più tardi abbiamo pranzato insieme, beveva come una spugna, non facevo in tempo a riempirle il bicchiere che lo svuotava. Comunque reggeva benissimo l’alcol. Dopo il pranzo l’ho invitata a casa mia, vivo solo perchè miei genitori sono emigrati in Portogallo per lavoro. Lei, con mia grande sorpresa, ha subito accettato. Ho cercato di farle la corte, sono persino riuscito a baciarla, ma quando ho cercato di andare oltre lei si è innervosita e ha cominciato a gridare in preda a una crisi di nervi. Ero molto seccato. E’ andata via in taxi.

– L’hai più rivista?

– Sì, circa un mese dopo, sempre al parco centrale. Riattaccai discorso. Lei stranamente mi riconobbe, io decisi di ritentare la sorte ancora una volta. Andammo in un bar, lei beveva senza freni, io cercai di moderarla anche perché avevo in tasca pochi lei. All’improvviso mi fece una richiesta pazzesca. Le avevo detto che ero studente di medicina, lei mi chiese se potevo procurarle del veleno.

– Veleno?

– Sì, veleno. L’avevo giudicata una nevrastenica che in un momento di pazzia avrebbe potuto anche suicidarsi. Ovviamente, rifiutai di farle il “favore”. Il mio rifiuto la deluse, ma non si arrese, tornò sull’argomento poco dopo. Finii per prometterle che avrei cercato di accontentarla. Naturalmente non avevo intenzione di mantenere la promessa.

– Ma non ti ha detto che uso voleva farne?

– “E’ affar mio” mi rispose.

– Poi, che cosa avete fatto?

– Io…conoscevo un piccolo albergo, il “Trei Stejar”, l’ho accompagnata laggiù. Arrivati davanti all’albergo, mi spinse da parte e corse dentro visibilmente sconvolta. Ero stanco delle sue mattane, non la seguii.

– In seguito l’hai rivista?

– Sì, qualche giorno dopo, in un bar del centro che scolava vodka a tutto spiano. La vidi uscire con passo barcollante e la seguii. Andò di nuovo ai “Trei Stejar”. Sempre sola. Decisi che quella donna non mi interessava più.

– Al telefono hai detto che non conoscevi il cognome di Natalia.

– Non me l’ha mai detto.

– Sapevi che era sposata?

– L’ho intuito vedendole la fede al dito.

Sprofondai nella mia poltrona e riflettei. Igor mi guardava incuriosito.

– Quindi non ti ha mai parlato di suo marito?

Mi fece di no con la testa

– Ti ha detto per caso che seguiva qualche cura o ha fatto il nome di qualche medico?

Mi fece un altro no con la testa. Aveva finito di fumare, schiacciò il mozzicone di sigaretta nel posacenere.

– Grazie Igor, apprezzo la tua franchezza.

Lo congedai poco dopo. Non passarono neanche cinque minuti che squillò il mio cellulare..

– Malerba? – era una voce che mi sembrava di conoscere

– In persona.

– Sono Ciferni. Ho chiamato per avvisarla che ho ritrovato mia moglie. Non si occupi più di questo affare.

– Molto bene signor Ciferni.

– Passerò da lei domani mattina alle nove per riprendere la foto. Per i nostri conti…

– Ne parleremo domani. Riconosco di non aver fatto molto, spero di essere più utile la prossima volta.

– Mi auguro di no signor Malerba!

– Per la mia curiosità, come ha fatto a ritrovare sua moglie?

– E’ ritornata da sola un’ora fa.

– Sofferente?

– Molto provata. L’ho aiutata a coricarsi. Ci vediamo domani.

Chiuse la telefonata.

Mi affacciai al balcone, l’aria era decisamente più fredda, il cielo era cinereo, minacciava neve. Rabbrividii accorgendomi che ero in maniche di camicia. Pensai ai coniugi Ciferni e all’infelice Natalia. Cosa li aveva spinti l’uno verso l’altra?

(continua)


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