Il cliente senza ciglia (3a parte)

by nikita


2016/09/14, 14:18



L’indomani mattina, giovedì, appena alzato mi affacciai alla finestra come facevo di solito e mi accorsi che durante la notte la temperatura era scesa notevolmente. Il lungo inverno moldavo, seppur stranamente in ritardo, batteva alle porte. Qualche fiocco di neve danzava nell’aria, la gente infagottata in abiti pesanti si recava al lavoro stando ben attenti a non scivolare sul ghiaccio formatosi durante la notte.

Dopo aver fatto la colazione, mi vestii con la classica mise invernale: due maglie di lana, mutandoni sotto i pantaloni, cappotto, sciarpa e cappello calato fino alle orecchie. Uscii in tutta fretta avventurandomi sui marciapiedi ghiacciati rischiando il ruzzolone ad ogni passo. In questi casi lasciavo sempre l’auto in garage, non mi avventuravo sulle strade ghiacciate.

Arrivato in ufficio, controllai la segreteria telefonica: nulla. Accesi il computer per dare uno sguardo ai giornali italiani online come facevo abitualmente. Niente di nuovo: politica da quattro soldi, omicidi, chiacchiere e poco altro. Qualche testata faceva previsioni su quando il paese sarebbe “uscito dal tunnel”. Altre invece, molto meno ottimiste, dicevano che gli italiani nel tunnel ci dovevamo vivere a lungo e consigliavano di arredarlo.

Le nove e mezzo…le nove e quarantacinque… di Ciferni nemmeno l’ombra.

Mi alzai e cominciai a misurare l’ ufficio con lunghi passi, cominciavo a spazientirmi.

Le dieci…le dieci e trenta…

All’improvvisò squillò il telefono. Era Parlicov.

– Ciao Franco! Ho esaminato i registri degli alberghi, nessuna traccia della tua signora Ciferni.

– E’ rientrata alla base.

– Un affare chiuso allora?

Gli raccontai gli ultimi eventi e la telefonata di Ciferni, mi sfogai con lui smoccolando qualche parolaccia. Lui rise di gusto.

– Dai…non te la prendere…forse si saranno alzati tardi… avranno avuto qualche arretrato da smaltire.

Sghignazzava Vadim, rideva del mio tono risentito.

– Certo…capisco…ma odio perdere tempo!

– Devi avere pazienza, io nel mio ufficio ne vedo di tutti i colori. Non dimenticare il mio invito a cena per sabato. Olga Ivanovna ti preparerà il borsh come piace a te – sapeva il burlone che il borsh non lo potevo soffrire e si prendeva gioco di me. Si fece qualche altra risata sui miei gusti gastronomici e riagganciò.

Attesi fino alle dodici tendendo l’orecchio per sentire se l’ascensore si fermava al mio piano. Ma non venne nessuno.

Tornai a casa e mi feci un panino, non mi andava di mettermi a trafficare in cucina. Troppi pensieri mi frullavano in testa. Mentre ero lì che sbocconcellavo il mio panino, mi venne l’idea di far visita al mio ex cliente senza ciglia. Decisi di fare una capatina a strada Lacului, nel quartiere Telecentru, dove si trovava l’abitazione di Ciferni. Poichè Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto!

Questa volta tirai fuori la Moskovich dal garage e attraversai tutta la città. Il quartiere Telecentru si trova esattamente dalla parte opposta di Riscani. Il traffico era intenso, impiegai quasi mezz’ora, rimasi imbottigliato nel traffico del centro. La città si faceva ogni giorno più caotica, solo qualche anno fa si vedevano pochissime auto, si circolava e parcheggiava con estrema facilità. Da qualche anno, con le rimesse dei migranti, la situazione del traffico era peggiorata a vista d’occhio, i rivenditori di macchine usate facevano affari d’oro con le auto importate dalla Germania. In Moldova l’auto era diventata uno status symbol, il sogno di tutti i moldavi, il segno tangibile che ci si era affrancati dalla povertà. I primi denari che i moldavi guadagnavano lavorando duramente all’estero venivano investiti per comprare l’auto. Non un’auto qualsiasi, ma una di grossa cilindrata, di utilitarie in Moldova se ne vedevano pochissime. C’erano più auto di lusso in percentuale in Moldova che in Italia. Bastava fermarsi per qualche minuto in una strada del centro della capitale per assistere ad una lunga carovane di SUV e auto di lusso da far impallidire Beverly Hills!

Verso le quattordici imboccai con la mia auto strada Lacului, la strada dove abitava Ciferni. Più che una strada di città sembrava una mulattiera di montagna, era piena di buche e rattoppi, l’asfalto originale era sparito da un pezzo.

Da una parte e dall’altra si vedevano villette immerse nel verde protette da alte mura di cinta. Il quartiere era uno dei più eleganti e nello stesso tempo sconosciuto della capitale, il regno degli “invisibili”: moldavi arricchiti facendo affari non sempre nel rispetto delle regole. La nevicata stava aumentando di intensità, la strada si stava ricoprendo di una coltre bianca.

Parcheggiai l’auto con qualche problema e mi avviai a piedi osservando i numeri sulle porte. Dopo qualche decina di metri trovai un portoncino di una villetta circondato da mura di cinta con il numero civico che cercavo. Suonai il campanello, in tasca avevo la foto della signora Ciferni da restituire.

Niente.

Suonai con più insistenza ancora una, due volte. Bussai con i pugni.

Nessuna risposta.

Pensai di andarmene e strappare la foto, forse i coniugi Ciferni erano usciti per festeggiare la ritrovata serenità. Stavo per andarmene quando vidi un mucchio di foglie ammonticchiate vicino al muro di cinta, la curiosità dell’investigatore prevalse, diedi un’occhiata in giro, la via era deserta, salii sul mucchio di foglie, mi aggrappai al muro di cinta, mi sollevai e detti uno sguardo all’interno. Intravidi a pochi metri una portafinestra chiusa, aguzzando la vista vidi chiaramente attraverso il vetro un corpo disteso a terra. Un corpo di donna. Pur non riuscendo a vederne bene il volto, capii che si trattava della signora Ciferni.

VII

Cercai di riflettere rapidamente. Sfondare la porticina? Scavalcare il muro? Mosse interessanti ma estremamente pericolose. Non volevo imbarcarmi sul il primo volo per Roma in mezzo a due poliziotti con il foglio di via. L’unica cosa sensata da fare era informare Parlicov.

Scesi dal muro dove mi ero arrampicato e gli telefonai. Squillò a lungo ma Vadim non rispose, non era in ufficio, forse era in pausa pranzo. Provai al suo cellulare, mi rispose subito. Ascoltò il mio racconto in silenzio.

– Sei sicuro che sia morta? – mi chiese alla fine.

– Mah…ne aveva tutta l’aria.

– Sai, penetrare in una casa privata forzando la porta di un cittadino straniero non è proprio il massimo. La signora potrebbe essere semplicemente ubriaca e in tal caso sarebbero guai seri.

Vadim si vedeva già al centro di uno scandalo internazionale con l’Ambasciatore italiano consegnare una nota di protesta al Ministro degli Esteri moldavo!

– Forse è meglio che vieni. Io rimango sul posto, ti aspetto – gli dissi prima di chiudere.

– Bene. Vengo subito – mi rispose tranquillamente.

Dopo venti minuti vidi l’auto di servizio di Parlicov imboccare la strada e zigzagare per evitare le buche. Arrivata alla mia altezza, feci un segno e l’auto rallentò. Vadim parcheggiò e scese dall’auto, con lui c’era il commissario capo del quartiere Telecentru e un poliziotto. Io ero andato su e giù senza perdere di vista il portoncino della villa. Nessun movimento, nessun segno di vita, vidi solo qualche abitante della strada. Indicai a Vadim il mucchio di foglie da dove poteva scrutare all’interno. Egli salì e dette uno sguardo. Poi scese e suonò il campanello.

Silenzio.

Il commissario capo si grattò la testa pensieroso, stava riflettendo sul da farsi. In pochi secondi prese la decisione più logica: fece un cenno di assenso al poliziotto che aspettava con un ferro a forma di piede di porco. Il poliziotto infilò il ferro fra i due battenti della porta e spinse facendo leva, dopo pochi secondi si sentì il crack della serratura che saltava. Entrammo in fila indiana nel piccolo giardino. Il poliziotto ripeté la stessa procedura con la portafinestra. Anche la seconda serratura cedette in pochi secondi. Entrammo nel salotto. Un corpo di donna era disteso bocconi al centro della stanza. Era a faccia in giù, si scorgevano diverse ferite sulla testa da dove era sgorgato sangue rappreso. Una pozza di sangue aveva macchiato il tappetto. Parlicov indossò dei guanti di lattice e andò diritto verso il corpo di donna disteso a terra, si inginocchiò e le mise due dita sulla carotide.

– Morta… E’ proprio lei?

Mentre pronunciava queste parole Parlicov scostò i capelli che coprivano il viso del corpo disteso a terra. Il viso corrispondeva a quello della foto che Ciferni mi aveva mostrato. Accennai affermativamente con il capo.

Vadim fece un paio di telefonate. Dopo circa trenta minuti arrivarono il medico legale e il procuratore. Il dottore, dopo aver fatto i rilievi del caso, dichiarò che presumibilmente la morte era avvenuta circa dodici ore prima ma che sarebbe stato più preciso dopo aver effettuato l’autopsia.

Da un primo esame superficiale, Natalia era stata colpita più volte con un oggetto contundente alla testa. Infatti a un metro di distanza dal corpo rinvennero una statuetta bronzea di quelle che si vendono al mercatino delle pulci in centro città. Era una statuetta di una trentina di centimetri di Stefan Cel Mare. Erano visibili sulla stessa tracce di sangue rappreso, era sicuramente l’arma del delitto. Un poliziotto della scientifica fece diverse foto della scena del crimine, fotografò anche la statuetta a terra. Parlicov la raccolse e la infilò in un sacchetto di plastica.

A un cenno del commissario, due uomini deposero il corpo della povera Natalia su una barella e la caricarono sul furgone mortuario per l’ultimo viaggio verso l’obitorio.

– Allora Franco, vorrei sapere la tua opinione – mi chiese Vadim accendendosi una sigaretta.

Io, nel frattempo, avevo ispezionato tutta la casa, era suddivisa in due piani: al piano inferiore una grande cucina, un salone con studio annesso, al piano superiore due camere da letto con due bagni. Come quasi tutte le villette costruite di recente, nel seminterrato c’era la sauna con una piccola piscina. Il mobilio non era di grande pregio, forse romeni, pochi libri in una libreria, alcune riviste.

– Io avrei una teoria – dissi.

– Va bene, sentiamo!

– Dopo avermi telefonato ieri notte Ciferni aspetta che la moglie si svegli. Hanno una lite furibonda, in un impeto d’ira e gelosia la uccide colpendola con la statuetta. Dopo di che scappa.

– Uhm…una bella teoria! Disgraziatamente poco credibile. Ciferni assassino per gelosia? Uhm…non credo.

– Forse Natalia lo ha minacciato. Non dimenticare che aveva chiesto del veleno allo studente.

– Forse per suicidarsi. La donna era vittima.

– Ma se non è stato Ciferni, perché è scappato?

– Un momento di panico.

Vadim si era seduto su una poltrona e fumava tranquillamente la sua sigaretta. I poliziotti esploravano l’appartamento, aprivano cassetti, guardavano sotto i mobili. La borsetta di Natalia era stata trovata in camera da letto, conteneva qualche centinaio di lei, documenti di identità, altri svariati oggetti. In cucina era stata trovata una cartella contenente bollette pagate, ricevute ed altre quietanze.

– Insomma – riprese Vadim – Natalia Ciferni è stata assassinata tra le ventuno e le due del mattino da una persona sconosciuta. Suo marito è scomparso…ecco tutto…

Si alzò con qualche sforzo dalla poltrona, la mole gli impediva una certa agilità di movimenti. Spense la sigaretta, si diresse verso un mobiletto dove erano ammucchiate delle riviste. Alcune erano aperte, segno che erano state sfogliate di recente.

– Tutte italiane! – io mi ero avvicinato e osservavo da sopra la sua spalla, alcune erano state messe da una parte – Tieni, prendile e vedi se puoi ricavarci qualcosa. Per me questo è cinese!

Presi le riviste mentre Vadim svuotava un cassetto di tutto il suo contenuto, mi sedetti a una scrivania. Erano tutte riviste italiane, “Oggi”, “Gente”, “Chi”, le riviste dei VIP, dei pettegolezzi, dei fatti di cronaca e del mondo dello spettacolo. Alcune riviste erano state aperte e ripiegate. Natalia era interessata al mondo dello spettacolo? C’era qualche articolo che la interessava particolarmente? Mi venne in mente Raisa, pensai di telefonarle.

Mi avvicinai a Parlicov.

– Posso portarmele a casa? – gli chiesi – Spero di trovare qualcosa di interessante in queste riviste. Forse con la mente riposata…

Il commissario ci pensò un attimo poi chiamò un poliziotto:

– Fai un elenco delle riviste – gli ordinò – Poi consegnale al signor Malerba.

Mentre parlava stava guardando nell’ultimo cassetto di un mobile, infilò due dita ed estrasse un foglio di carta. Era una ricetta medica firmata: Dott. Catalin Sirbu. Me la passò a disse:

– Te ne intendi tu di medicine? – Ne capivo poco o niente e lo dissi.

– Uno specialista in malattie nervose… – disse lentamente – Vedo scritto la parola “nervos”…

Gli feci un cenno di conferma.

– Vorresti andare a trovarlo? Io ho molto da fare qui… – Un sorriso ironico sfiorò le sue labbra.

– Forse al dottore puoi tirargli fuori qualche informazione in più se ti presenti in veste non ufficiale – proseguì – Vuoi farti accompagnare da un poliziotto?

Visto che esitavo a rispondere.

– Ma no, va da solo! – sempre con il suo ghigno canzonatorio sulle labbra – Dai, adesso sloggia!

Presi le riviste sotto braccio e uscii. Fuori c’erano i soliti sfaccendati che osservavano la scena. Il poliziotto di guardia alla porta aveva il suo bel da fare nel rispondere alle domande dei curiosi. Montai in macchina e partii.

VIII

Dopo un paio di telefonate rintracciai l’indirizzo del Dott. Sirbu. Aveva lo studio privato in centro in una bella palazzina. Fui ricevuto da una assistente in camice bianco che mi informò che il dottore era momentaneamente occupato e che dovevo aspettare qualche minuto. Mi sedetti in anticamera e aspettai. Dopo venti minuti il dottore mi ricevette.

Il Dott. Sirbu era un uomo sulla sessantina freddo e scostante, aveva tutta l’aria di essere reduce da una bevuta con gli amici. Indossava un camice bianco su una camicia gialla e una cravatta marrone, un caleidoscopio di colori da far rabbrividire un pittore naif. Gli porsi il mio biglietto da visita. Mi fece accomodare e tenne il biglietto in mano. Si sedette dietro la scrivania e mi chiese il motivo della visita. Gli fornii alcune sommarie informazioni che dovettero soddisfarlo perché mi chiese cosa poteva fare per me.

– Dottore, voi avete in cura, se non sbaglio, la signora Natalia Ciferni.

Aggrottò le sopracciglia, si mosse a disagio sulla poltrona.

– Signor Malerba, lei ha sentito parlare sicuramente del segreto professionale.

– La signora Ciferni è stata assassinata ieri sera.

– Ah!

– Il corpo è stato trovato poche ore fa e l’unica persona che potrebbe fornirci qualche informazione, il marito, è scomparso.

– Cosa vi ha fatto credere che la signora Ciferni fosse una mia paziente?

Gli mostrai la ricetta. Dopo averla esaminata me la restituì.

– Suppongo – disse dopo un breve silenzio – che lei stia cooperando con la polizia moldava.

– In via del tutto ufficiosa. Mi stavo già occupandomi della signora Ciferni per conto del marito ed avevo già raccolto molte informazioni, per questo collaboro con la polizia. So, ad esempio, che la Ciferni era depressa e beveva.

Mi interruppi aspettando un intervento del dottore, ma lui continuò a tacere.

– Dottore – ripresi – io non vi chiedo di violare il segreto professionale, non mi interessa sapere di quale malattia soffrisse la Ciferni, né quale cura seguisse, ma…ho tutte le ragioni di pensare che fino qualche mese fa la signora non aveva nessun problema e che detestava l’alcol. Deve essere successo qualcosa che le ha sconvolto l’esistenza, forse lei mi può dare qualche indicazione al riguardo. Può darsi che il movente del delitto sia da ricercare fra le cause di questo suo cambiamento.

– Siete proprio sicuro che si tratta di un delitto?

– Assolutamente, è stata uccisa con un oggetto contundente, le hanno fracassato la testa.

– Se mi aveste parlato di suicidio la cosa non mi avrebbe stupito. Ma assassinata…

E scosse il capo.

– Dottore – continuai – voglio confidarvi tutto quello che so sulla vicenda. Mi aspetto da voi qualche altro particolare utile per le indagini.

Gli feci un riassunto molto sintetico senza fare nomi. Egli mi ascoltò attentamente con gli occhi socchiusi.

– Questa storia dell’albergo è molto interessante – dichiarò quando ebbi finito – Se ho ben capito la signora ci andava quando era ubriaca, non è così?

– Sì.

– Molto interessante – ripeté il dottore – ho già avuto in passato un altro caso del genere, un marito che è venuto a consultarmi perché la moglie si ubriacava e si rifugiava in un alberghetto. Pregai il cliente di accompagnare qui sua moglie. La signora mi confidò di essere molto infelice e che provava una certa repulsione nei confronti del marito. Consigliai al marito di essere più attento e premuroso verso di lei. Dopo qualche tempo la signora venne a trovarmi e mi raccontò che da quando suo marito aveva cambiato atteggiamento era diventato il migliore degli sposi e che il matrimonio andava a gonfie vele.

– Quindi devo pensare che la signora Ciferni si rifugiava in quell’alberghetto perché…

– Mio caro Malerba io non vi induco a pensare un bel niente, vi ho solo citato un caso simile che mi è capitato.

Dopo aver riflettuto sulle sue parole, gli chiesi all’improvviso:

– Sentite dottore, la depressione della Ciferni può essere stata provocata da qualcosa che non fosse la repulsione fisica per il marito e problemi inerenti la vita matrimoniale? Il marito era molto più vecchio di lei.

– Certo. Da uno choc, una cattiva notizia, un ricordo penoso. Ma c’è da scommettere che il malessere della signora Ciferni sia da ricondurre al marito, altrimenti si sarebbe confidata con lui e non sarebbe andata a smaltire la sbornia in un alberghetto malfamato.

All’improvviso mi ricordai delle riviste che avevo nell’auto.

– In occasione delle sue visite, la signora Ciferni non vi ha accennato per caso se lei e suo marito avevano un qualche interesse particolare per il mondo dello spettacolo?

Il Dott. Sirbu si era alzato per farmi capire che il nostro colloquio era finito. Alla mia domanda si fermò in istante pensieroso.

– No – rispose alla fine.

Ci avviammo verso la porta, mi porse la mano per salutarmi.

– Aspettate – esclamò – mi viene in mente una cosa. Ho chiesto alla signora se leggeva i giornali e lei mi rispose: “Molto poco, li trovo tristi”. Al momento non attribuii un significato particolare alla risposta ma poi, ripensandoci, mi sono ricordato che lei, in un precedente colloquio, mi aveva detto che leggeva molto. C’era una certa contraddizione. Soprattutto quella frase mi colpì:”Li trovo tristi”. Senza poterlo affermare con sicurezza, sarei tentato di credere che possa essere diventata depressa dopo aver letto una cattiva notizia.

– Una cattiva notizia di carattere personale?

– Questo poi, mio caro signore…tutto quello che posso dire è che la signora, nel corso delle visite, si era mostrata straordinariamente chiusa – concluse.

Lo ringraziai e me ne andai.

(continua)


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