Il cliente senza ciglia (5a parte)

by nikita


2016/09/24, 17:27



La mattina seguente, venerdì, decisi di andare in ufficio più tardi, fuori faceva un freddo cane, rimasi a poltrire sotto le coperte un po’ più a lungo.

Verso le dieci mi alzai, mi feci la barba e mi preparai un caffè con la vecchia mitica moka da una tazza. Di solito accompagnavo il caffè con qualche biscotto di Bucuria, una marca di dolciumi locale, il “Mulino Bianco” moldavo. Mi accorsi con disappunto che la scatola di biscotti, così come il frigorifero, era vuota. Dovevo assolutamente andare al supermercato a fare la spesa!

Mezz’ora più tardi, appena giunto in ufficio, telefonai a Vadim, era occupato in una riunione. Decisi di andare a trovarlo.

Vadim era di pessimo umore, mi accolse con un brontolio e batté il palmo della mano su una cartella piena di documenti che si trovava sul tavolo.

– Tra disposizioni, interrogatori e rapporti, abbiamo già messo insieme tutta questa roba! E non siamo che al principio! Se almeno si sapesse qualcosa di preciso…

– Insomma, niente di nuovo?

– Di nuovo c’è sempre qualcosa… – mi porse il pacchetto di sigarette.

– Tu, niente da dirmi?

Gli comunicai i magri risultati delle mie indagini. Mi fece in gesto di disappunto.

– Ciferni aveva ragione – dichiarò dopo un po’ – quando diceva che la moglie doveva avere un amante.

– Ma secondo Cojocaru dei “Trei Stejar”…

– Cojocaru afferma che non aver mai visto la Ciferni in compagnia di un uomo, ma potrebbe sbagliarsi in buona fede. Può darsi che l’amante affittasse una camera per sé e poi i due s’incontrassero una volta saliti.

– E Ciferni?

– Lo stiamo cercando. Con i suoi segni particolari, praticamente senza ciglia, finiremo prima o poi per trovarlo.

– Il referto dell’autopsia?

– Leggi… – e spinse una cartella che aveva sul tavolo verso di me.

Mi accomodai su una sedia e cominciai a leggere il referto. Molto breve, tre paginette in tutto. Notai prima di tutto che Natalia era morta per lesioni gravi alla testa inferti con un oggetto contundente. Aveva l’osso temporale e parietale destro fratturati con fuoriuscita di materia celebrale. L’ora del delitto era stata fissata tra le 21.00 e le 23.00. Era stata rilevata anche una ecchimosi sulla mascella sinistra della morta. Probabilmente il segno di un pugno. La lite, l’ecchimosi, l’ora del delitto, accusavano il marito, Pasquale Ciferni. Posai la cartella sul tavolo e riflettei su queste ultime indicazioni. Stando alla testimonianza della vicina, la lite era finita intorno alle 20.00. O forse era continuata ma con meno baccano? Ciferni aveva ucciso la moglie? Mi aveva telefonato verso le ventuno e quindici. Aveva ucciso la moglie e mi aveva telefonato?

Vadim mi lanciò un’occhiata e ripiombò nello studio di alcuni documenti.

Sospirando ripresi la cartella. A pomeriggio inoltrato non avevo appreso nulla più di quanto già sapessi grazie a Vasile Munteanu.

Dieci minuti dopo Parlicov mi chiese se volevo un caffè o un tè. Decisi per il caffè, avevo bisogno di una sferzata. Il commissario chiamò la segretaria a la pregò di prepararci un caffè e un tè. Dopo pochi minuti la segretaria entrò con un vassoio con le bevande. Visto il risultato, forse era meglio il tè.

– Quando mi restituisci le riviste? – chiese Vadim con tono amabile mentre sorseggiava il suo tè.

– Al più presto, mi stanno dando la nausea – risposi.

Mi alzai e salutai il commissario con una stretta di mano. L’ufficio di Vadim era a due passi dal centro, decisi di fare una passeggiata. Il marciapiede era coperto di neve e faticavo a tenere l’equilibrio. La gente intabarrata si soffermava davanti alle vetrine illuminate, il Natale “occidentale” era alle porte. In Moldova da qualche anno si cominciava a festeggiare il Natale come in occidente, il 25 dicembre. Comunque la maggior parte dei moldavi festeggiavano anche il 7 gennaio, rispettando il vecchio calendario giuliano. I moldavi hanno il raro privilegio di poter usare a piacimento due calendari e quindi festeggiare due volte diverse ricorrenze religiose. Passai davanti al centralissimo caffè Nistru, come al solito era pieno di gente, il Nistru era uno dei caffè più noti della città, era la meta prediletta di uomini e donne d’affari per chiacchierare nei momenti di relax. Attraversai strada Eminescu, passai davanti al teatro omonimo e arrivai sulla piazzetta degli artisti dove alcuni espositori del mercatino delle pulci smontavano le loro bancarelle per tornarsene a casa dopo una giornata trascorsa al freddo. In questo spazio artisti, artigiani, ma anche venditori di cianfrusaglie, esponevano i loro quadri, i manufatti in legno e stoffe ricamate per i turisti. Era una delle mete obbligate per i rari visitatori che si avventuravano in Moldova.

Mentre camminavo sentii le vibrazioni del telefonino che avevo nella tasca, era un messaggio di Raisa: “ Ti aspetto stasera a casa mia, ho notizie importanti da comunicarti”. Erano le diciassette, avevo ancora qualche ora di tempo. Telefonai a un paio di amici italiani per incontrarci al Sun City, il centro commerciale di via Puskin. Il Sun City era stato il primo centro commerciale moderno di Chisinau, situato in pieno centro della città, era divenuto in pochi anni il simbolo della modernità: il passaggio dai magazzini ex sovietici come Unic o Gemeni, al centro commerciale di impronta occidentale. Feci qualche telefonata senza successo, era troppo presto erano tutti ancora al lavoro. Recuperai l’auto parcheggiata su strada Columna e me ne tornai a casa. Feci una doccia e mi cambiai, volevo essere in tiro per l’appuntamento della sera.

Alle venti precise ero sotto casa di Raisa, la mia amica abitava dalle parti del Bulevard Decebal, in un piccolo appartamento. Salii all’ultimo piano e suonai. Raisa venne ad aprire con addosso una vestaglietta di raso e i capelli legati con un nastrino verde. Era di una bellezza sconvolgente! Entrammo in un salottino arredato con gusto. Mi sedetti su un divano.

– Cosa bevi? Vino? Vodka? – mi chiese

– Un bel bicchiere di latte! – le risposi maligno.

Mi rivolse un sorriso canzonatorio. Andò in cucina e tornò con un bicchiere di latte.

– Ecco qua…lattante! – mi disse sempre con quel suo sorriso beffardo.

Bevvi il latte mentre la osservavo, era davvero bella con i capelli raccolti e legati da un nastro. Aveva un filo di trucco che risaltava ancora di più i lineamenti “siberiani” del suo viso con zigomi alti ed occhi leggermente a mandorla. Decisi che avevo bisogno di qualcosa di forte.

– Ora, se non ti dispiace, vorrei una vodka.

Raisa tornò con due bicchieri pieni di un liquido trasparente, me ne porse uno e si sedette nell’altro angolo del divano.

– A quanto pare – cominciai – hai delle notizie importanti da darmi.

– Precisamente.

– Sono tutto orecchi.

Mi indicò un mucchio di riviste. Intravedevo un numero di “Oggi”, la nota rivista italiana.

– E’ lì che Natalia…

Mi fece un segno di assenso.

– Ed era una cattiva notizia?

Mi fece un plateale segno di sì con la testa. Raisa giocava con me, si divertiva a tenermi sulle spine.

– Un delitto?

Mi fece ancora un segno affermativo con la testa.

– Qui in Moldova?

Un no enfatico.

– In Italia allora?

Ancora un sì.

– E lo hai letto su quella rivista?

Questa volta credetti che la testa le si staccasse dal corpo.

– Io non ho notato nulla! Che investigatore da strapazzo! Farei meglio a cambiar mestiere!

Lei rise di gusto buttando la testa all’indietro. La vodka cominciava a farle effetto, i suoi occhi brillavano, sulle guance le spuntarono due chiazze rossastre. La vestaglia cadde da una parte e scoprì fino all’inguine due gambe lunghe e perfette. Lei non fece nulla per ricomporsi. Mi alzai con il bicchiere in mano, volevo allontanarmi da lei, mi sedetti in una poltrona in un angolo. Lei si alzò dal divano e accese la radio. La musica si diffuse nella stanza.

Ad un tratto pensai che lo scherzo era durato troppo, mi alzai dalla poltrona e spensi la radio. Raisa aveva seguito le mie mosse con aria interrogativa. Mi piantai davanti a lei con le mani sui fianchi.

– Raisa, cosa succede? – le dissi sforzandomi di assumere un tono distaccato.

Mi sedetti accanto a lei. Avevo lasciato il mio bicchiere vicino alla poltrona e lei mi porse il suo. Bevvi dove lei aveva appoggiato le sue labbra. Ad un tratto tutto mi fu chiaro! Non si invita un uomo a casa alle dieci di sera per parlare della teoria dei quanti o per parlare di delitti. Le sue… “notizie importanti” un pretesto?.

Anche se non riuscivo a capire come mai avesse deciso di darmi una chance dopo che innumerevoli volte mi aveva respinto, decisi di rimanere al gioco. Mi avvicinai a lei, le misi una mano tra i capelli. Restò immobile. Sentivo il suo profumo, il suo respiro si fece affannoso. L’abbracciai e la baciai. Le sue labbra erano fresche e dolci. Mi lasciò fare ma non restituì il bacio. Insistetti nell’offensiva.

– No – sussurrò.

Finsi di non aver udito.

– No! – era un no fermo e definitivo.

Balzai in piedi.

– Mi stai prendendo in giro?

I suoi occhi diventarono lucidi.

– Ho commesso un errore – mi disse con voce roca – ho voluto giocare con il fuoco…Ho voluto vedere se…Ma solo ora mi rendo conto che non sono ancora pronta…

– Che diamine! Sei un essere complicato!

– Hai tutto il diritto di insultarmi, Franco.

– Stai pur certa che lo farò!

– …non sono un essere complicato. E’ che sono attratta da te, ma non voglio sbagliare questa volta, ho avuto troppe delusioni per colpa degli uomini. Dopo il nostro incontro ti ho pensato e questa sera avrei voluto…ma non sono ancora sicura…

Conoscevo la storia di Raisa, la storia comune a tante donne moldave. Si era sposata giovanissima con il primo amore del liceo, il marito, giovanissimo anche lui, fu travolto dalle responsabilità del matrimonio e della famiglia da mantenere, cominciò a bere. Fu così che il giovane si trasformò da imberbe marito in un bruto picchiatore. Molte donne moldave si sposano poco più che adolescenti e divorziano dopo pochi anni.

– Benissimo – dichiarai freddamente – fine dello spettacolo! Ora vorrei tornarmene a casa, ho avuto una giornata faticosa…

– Resta…

– Ah no! Devo tornare di corsa a casa per farmi una doccia fredda!

– …abbiamo da lavorare…

Pensai che doveva avere i nervi scossi, non era facile fare il suo mestiere in un ambiente come quello del giornalismo.

– Ti sbagli – mi disse, quasi avesse indovinato cosa mi passava per la testa – non sono pazza…ho davvero svelato il mistero di Natalia. Dai siediti!

Obbedii. Ero arrabbiatissimo ma c’era nel tono della sua voce una sicurezza che mi impressionava.

– Ieri sera – cominciò – dopo averti lasciato mi accorsi che avevo una rivista in mano, una copia di Oggi.

– Sì, hai preso una rivista trovate in casa Ciferni.

– Andai a letto. Ero molto stanca, ma non avevo sonno. Ho ripensato al nostro colloquio, alla tua idea che poteva esserci un legame tra la storia di Natalia e qualcosa di grave successo in Italia e riportato su quei settimanali. Così mi sono messa a sfogliare quel numero della rivista, in un primo momento non ho notato nulla…

– L’avevamo già esaminata insieme senza trovare nulla di interessante…

– Sì, ma avevo l’impressione che qualcosa ci doveva essere sfuggito. Ho letto e riletto ancora, poi, all’improvviso ho letto quel nome! Io ti avevo suggerito che Ciferni poteva essere stato un poliziotto connivente con la camorra riparato in Moldova per cambiare aria. Ma mi sono chiesta perchè un giornale avrebbe dovuto rispolverare le vicende di un ex poliziotto disonesto dopo diversi anni. Uhm…improbabile! A meno che abbia avuto a che fare con una vicenda drammatica talmente famosa da interessare ancora il lettore dopo diversi anni.

– No! – urlai quasi – No! Non è possibile! Un specie di storia del crimine? Le memorie di un poliziotto? I crimini più efferati e famosi del secolo? Non credo che una rivista perda tempo a rivangare delitti a distanza di molti anni dall’evento…

Guardai Raisa che sogghignava trionfante.

– Oh!…no – esclamai con voce strozzata – non mi dirai che…

– Sì…

XII

Raisa si alzò, attraversò la stanza, sollevò la pila di riviste, prese la copia che si trovava sopra, l’aprì e la posò sulle mie ginocchia.

– Leggi.

La rivista era aperta su una pagina che recava il titolo: “I grandi delitti del XX°secolo”.

– Vuoi dire che Natalia ha letto qualche cosa su un vecchio delitto in questa rivista?

– No, non solo su questa naturalmente, ma su diversi numeri, la storia dei delitti famosi a puntate. Non è stato facile rintracciare i vecchi numeri, ma con l’aiuto di un’amica italiana che lavora all’Ambasciata ci sono riuscita.

– Ma come hai fatto con la lingua?

Raisa conosceva abbastanza bene l’italiano ma non al punto di leggere e interpretare un racconto complesso.

– Mi sono fatta aiutare da lei, riceve regolarmente diverse riviste italiane, ci siamo concentrate sulla rivista “Oggi”. Abbiamo sfogliato diversi numeri, fino a questo numero, è del giugno scorso.

Mentre parlava sfogliò la rivista e si fermò su una pagina e me la mostrò. Al culmine dell’eccitazione lessi: “Il delitto Rosmini”. Mi ricordavo di quel caso, aveva fatto molto scalpore all’epoca. Cominciai a leggere dal numero di giugno, ogni settimana la rivista pubblicava la storia del delitto a puntate.

– Insomma, tu hai letto tutta la storia, fammi un riepilogo, non posso mettermi a leggere tutta la storia adesso, sono troppo eccitato – mi rivolsi impaziente a Raisa.

– Bene, cercherò di essere sintetica e di andare punto per punto – incominciò il suo racconto.

Nel settembre 2002 due spari sconvolsero la vita della Roma bene, era stato ucciso Ubaldo Rosmini degli Ottobono, noto esponente della nobiltà romana, con due proiettili al cuore. Il cadavere fu scoperto nel giardino della villa, ai bordi della piscina, da un cameriere.

La polizia arrivò sul posto in mezz’ora con una squadra di investigatori al comando dell’ispettore Ciferni. Cominciarono con l’interrogare tutta la famiglia e il personale di servizio. Nella villa vivevano la moglie del conte, Anna, il fratello del conte, Egidio, la moglie di lui Cleofe e la loro figlia, Barbara. Insomma un bel gruppo familiare.

I poliziotti cercarono l’arma del delitto, ma senza successo. Furono trovate due rivoltelle, una in camera del conte Ubaldo e l’altra nell’appartamento del cameriere nella dependance della villa. Il cameriere dichiarò che aveva comprato l’arma dopo aver subito un furto. Nessuna delle due armi risultò essere quella con la quale fu commesso l’omicidio. Furono passate al setaccio la casa, il giardino ed infine la piscina dove venne trovata una calibro 32 mancante di due colpi. Gli esperti stabilirono che Rosmini era stato ucciso con quell’arma.

L’ispettore Ciferni verificò gli alibi di tutti i presenti nella villa al momento del delitto. Interrogò per prima la governante, Giuseppina Morabito. L’ispettore venne a sapere che la Morabito era venuta a Roma per fare del cinema, ma dopo il fallimento delle sue speranze, era stata ben lieta di trovare un lavoro in casa Rosmini. La donna aveva insistito più volte con il conte affinché intercedesse presso suoi amici registi per trovarle una particina in un film. Senza successo, come riconobbe lei stessa. E’ proprio su di lei e sul suo rancore personale nei confronti del giudice che, fin dall’inizio, si appuntarono i sospetti dell’ispettore.

Fu rintracciato l’armaiolo che aveva venduto la pistola usata dall’assassino. Gli furono sottoposte diverse foto di persone implicate nella vicenda, egli indicò senza esitare, quella della governante Morabito. Fu arrestata e finì per ammettere che la 32 era sua e che l’aveva comprata per suicidarsi, ma anche perché voleva impietosire il conte Rosmini con una scena drammatica, scena che fece proprio il giorno del suo assassinio mentre il conte era in giardino. La Morabito raccontò che usò la pistola per spaventare il conte minacciando di suicidarsi ma che quest’ultimo gliela sequestrò. Nessuno credette a questa storia e la donna fu trovata impiccata nella sua cella. In una lettera spiegava che non poteva sopravvivere alla vergogna e che era innocente. A quel punto l’ispettore Ciferni riaprì le indagini

Passarono alcuni giorni senza novità fino a che un direttore di una banca, che aveva seguito la vicenda sui giornali, andò a trovare l’ispettore Ciferni. Raccontò che, pochi giorni prima di essere ucciso, il conte Rosmini era passato in banca per ritirare diecimila euro per comprare delle azioni. La polizia non aveva trovato traccia di quella somma durante la perquisizione dopo il delitto né fu trovata traccia di acquisti di azioni da parte sua.

Per fortuna le banconote erano segnate perché la banca, nel caso di prelevamenti consistenti di contante, aveva l’abitudine di conservare in un database, i numeri delle banconote, se non tutti, la maggior parte. Tutti i media vennero mobilitati e i numeri di serie delle banconote portati a conoscenza di tutti.

Il giorno dopo il proprietario di un negozio di alimentari comunicò alla polizia che aveva in cassa uno di quei biglietti e che conosceva il tizio che glielo aveva dato, uno straniero, un russo, forse un romeno. Un certo Dimitri Klimenco.

Dopo poche ore Ciferni si presentava in casa Klimenco, un moldavo che si arrangiava a fare dei piccoli lavoretti nel quartiere. Durante l’interrogatorio Klimenco dichiarò che la banconota gli era stata data da un cliente per un lavoro ma che non ricordava il nome.

Il giorno dopo Klimenco fu arrestato all’aeroporto mentre tentava di imbarcarsi su un aereo per Chisinau. Addosso gli furono trovati circa novemila euro, tutte le banconote prelevate in banca da Rosmini.

Messo alle strette Klimenco raccontò una storia inverosimile. Raccontò che il giorno dell’omicidio si era recato effettivamente in casa Rosmini perché chiamato dal fratello del conte per sistemare un rubinetto che perdeva. Klimenco fu fatto entrare da una porticina secondaria e che, nell’attraversare il giardino, scorse il conte che dormiva su una sdraio. Frugò nelle tasche della giacca appesa lì vicino e rubò il denaro che il conte aveva ritirato in banca. Fece il lavoro e se ne tornò tranquillamente a casa.

Il fratello del conte, Egidio, fu invitato a presentarsi alla polizia. Ammise che il Klimenco fu chiamato da lui per un lavoro e che lo fece entrare da una porticina del giardino. Disse anche che lasciò solo il Klimenco subito dopo che lo stesso aveva fatto il lavoro tanto conosceva la strada per uscire.

L’ispettore Ciferni ricostruì così la vicenda. L’idraulico moldavo, nell’attraversare il giardino, vide il conte che dormiva sulla sdraio, pensò di frugare nella giacca, ma questi si è svegliò e lo sorprese. Il Klimenco, vistosi scoperto, afferrò la pistola della Morabito che il conte aveva appoggiato sul tavolo e fece fuoco uccidendolo.

In seguito al processo celebrato pochi mesi dopo, Dimitri Klimenco fu condannato a trenta anni di carcere. Il moldavo, durante il processo, si era sempre proclamato innocente. Morì in carcere due anni dopo per una malattia, si disse di crepacuore. In punto di morte rivendicò con forza la sua innocenza.

Finito il racconto Raisa rimase qualche istante in silenzio.

– L’ispettore Ciferni…Pasquale Ciferni…un poliziotto! Lo sapevo! – esclamai

– Sì…è lui senza dubbio – disse Raisa.

– Ma Natalia…non vedo come…accidenti…che brutta storia!

Raisa si alzò per sgranchirsi le gambe, fece qualche passo e si risedette.

– Non è tutto! Ho scoperto la storia di Natalia.

Rimasi di sasso, avrei voluto sommergere Raisa di domande, ma la lasciai proseguire senza interromperla.

– Natalia, aveva solo sedici anni quando il padre fu accusato dell’omicidio Rosmini, alla madre le raccontò poco o niente, se ne vergognava. Qualche hanno dopo Natalia si sposò con un suo coetaneo del villaggio all’età di diciannove anni, come si usa in Moldova. In seguito al matrimonio prese il cognome del marito, Puica. Due anni dopo il matrimonio Natalia divorziò e emigrò in Italia per lavorare come badante. In Italia, ironia della sorte, conobbe Ciferni e…il resto lo sai.

– Ma come hai avuto queste informazioni? – chiesi meravigliato.

– Ho fatto qualche ricerca su Klimenco, le sue origini, la famiglia e, grazie a qualcuno dei miei contatti in alto loco, ho ricevuto informazioni direttamente dal villaggio dove viveva la famiglia Klimenco.

– Quindi Ciferni e Natalia si sposarono senza conoscere il passato l’uno dell’altro – conclusi un po’ stordito dalle ultime novità.

– Esatto! – ribadì Raisa.


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