Il cliente senza ciglia (6a parte)

by nikita


2016/09/27, 14:50



Raisa si alzò per riempire i nostri bicchieri. Vuotai il mio in un colpo solo, lei fece altrettanto. Eravamo scossi tutti e due.

– Natalia deve aver scoperto la verità su suo marito leggendo quei racconti – riprese – e istantaneamente avrà provato una profonda avversione per l’uomo che aveva incarcerato suo padre. Natalia, come del resto tutta la famiglia, avrà sempre creduto fermamente nell’innocenza di suo padre.

– Ora, rimane soltanto da cercare il motivo per cui è stata uccisa.

– Può darsi che abbia minacciato il marito e che questi, fuori di sé, le abbia fracassato la testa in preda all’ira.

Mi ero alzato e passeggiavo su e giù per la stanza.

– Uhm! – Diedi un’occhiata al mio bicchiere vuoto, Raisa andò a prendere la bottiglia. Mi servii generosamente.

– C’è un mistero da svelare: l’origine del patrimonio di Ciferni. Non risulta che svolga in Moldova nessuna attività. Da dove prende i denari per vivere così agiatamente?

– Io non riesco a vedere che una spiegazione: Ciferni ricattava qualcuno, questo spiegherebbe il tenore di vita, nonché il suo trasferimento dall’Italia – mi rispose Raisa.

– Forse Ciferni sapeva chi era il vero assassino del conte Rosmini e lo ricattava? – azzardai io.

– Insomma – dichiarai lentamente scandendo le parole – Klimenco sarebbe stato incastrato dal vero assassino, magari dalla famiglia Rosmini, ricca, potente…ricattabile.

– Anna, la moglie del conte Ubaldo? Il fratello? Cleofe? – disse Raisa spalancando gli occhi – La moglie Anna ha fornito un alibi. Dagli interrogatori effettuati da Ciferni subito dopo il delitto, anche il fratello del conte e sua moglie hanno fornito degli alibi inattaccabili. Praticamente hanno detto che stavano insieme al momento del delitto, quindi l’uno copriva l’altro.

– Uhm…interessante… – dissi io pensieroso.

– Mi chiedo – disse Raisa – dov’è finita la famiglia Rosmini.

– L’unica cosa da fare è cercare informazioni in Italia, ma ci penseremo domani.

Si era fatto tardi, era tempo di tornare a casa. Raisa mi accompagnò alla porta. Prima di uscire la baciai.

– Io scappo, se trovo qualcosa ti richiamo – e entrai in ascensore abbastanza scosso per la serata densa di rivelazioni sorprendenti.

In strada trovai l’auto completamente ricoperta di neve, smoccolai qualche bestemmia e cercai di pulire almeno il parabrezza. Dal portabagagli presi una spazzola e pulii tutti i vetri dell’auto. Fortunatamente il motore non fece le bizze e partì al primo colpo. Arrivai a casa con qualche difficoltà.

Il giorno dopo telefonai in Italia a Pietro Salvini, un giornalista della redazione de “Il Messaggero”, un mio vecchio amico, lo pregai di informarsi su Egidio Rosmini. Gli raccontai a grandi linea la vicenda. Pietro mi disse di lasciargli qualche ora di tempo, che avrebbe fatto del suo meglio. Andai in ufficio senza combinare niente. Calma piatta.

Nel pomeriggio ritelefonai a Pietro.

– Allora Franco, prendi appunti, ho diverse notizie da darti, attento che ho una notizia bomba! – mi disse Pietro al telefono.

– Sono pronto. Spara!

– Dunque, Egidio Rosmini dopo la tragica morte del fratello, ha avuto gravi problemi economici. Il conte Ubaldo Rosmini era il classico nobile decaduto: pieno di debiti e sull’orlo della bancarotta. Il fratello ebbe il suo bel da fare per salvare il salvabile. Meno male che la moglie Cleofe era abbastanza ricca. Ora viene il bello…reggiti forte!…ecco la notizia bomba!…in questo momento Egidio Rosmini si trova a Chisinau! Il nostro amico ha fondato da qualche anno, insieme alla cognata Anna, a sua moglie e la figlia, una società, la “Rosmini srl” che si occupa di importare prodotti alimentari italiani nei paesi dell’est Europa, e tra questi c’è anche la Moldova. La sede della ditta si trova attualmente a Bucarest ma ha una filiale da poco operante anche in Moldova, quindi, di tanto in tanto, viene a Chisinau insieme alla moglie e alla cognata per curare i suoi interessi.

– Accidenti! Questa è una notizia bomba davvero! – esclamai io eccitato – Grazie Pietro, hai fatto un ottimo lavoro come al solito, mandami la tua parcella.

– Lascia stare vecchio mio! A buon rendere – e chiuse la comunicazione.

Telefonai immediatamente a Raisa. Le rivelai le notizie appena apprese. Anche lei non stava nella pelle per l’eccitazione.

– Ecco! Natalia aveva scoperto la loro presenza in Moldova! – disse Raisa al colmo dell’eccitazione.

– O Natalia o suo marito…

– Ha poca importanza. Ora bisogna cercare di contattare in un modo o nell’altro questa gente! Ho una idea. Sai usare una telecamera?

– Certo, che domanda.

– Magnifico! Domani mi procuro il loro indirizzo e chiedo loro una intervista per “Stiri TV Moldova”, il canale TV per il quale lavoro. Spero non mi dicano di no.

– Niente paura! Anzi, saranno raggianti. Offri loro la possibilità di farsi pubblicità gratis. Io intanto che devo fare?

– Sarai il mio cineoperatore, no?

– Ah!

– Così passerai inosservato. A meno che la moglie di Rosmini o la figlia di lei non si innamorino di te. Sei sempre un bel bocconcino…

Mi parve di avvertire una nota di rimpianto nella sua voce. Raisa non aveva smesso di giocare con me. Batteva sempre su quel tasto pericoloso.

– Cercherò di difendermi… – replicai.

– Appena ho delle novità, ti telefono.

– Aspetterò con ansia la tua telefonata.

– Bene, ciao Franco.

– Ciao Raisa – chiusi la comunicazione.

Me ne tornai a casa, non avevo voglia di immergermi nella la solita confusione e nel frastuono della musica sparata a tutto volume nei bar. Aprii il frigorifero ma era sempre inesorabilmente vuoto. Mi feci due spaghetti aglio, olio e peperoncino, la classica via d’uscita quando puoi contare su quello che hai in dispensa. Avevo sempre una buona scorta di pasta di tutti i formati sempre pronta alla bisogna e l’olio d’oliva non mi mancava, ogni anno provvedevo a rifornirmi con l’aiuto di un mio amico italiano. Mi preparai un bel piatto di pasta con abbondante peperoncino!

Finito di mangiare andai nel piccolo salotto e accesi la TV, da anni avevo l’antenna parabolica, potevo vedere tutti i programmi italiani. Quella sera trasmettevano su RAI3 un vecchio film americano, “Soldati a cavallo”, uno dei miei film preferiti. Sprofondai sulla poltrona e mi gustai il film.

XIV

Quella notte dormii male, forse colpa dell’aglio e del peperoncino. Sognai Raisa in vestaglia che mi faceva l’occhiolino e mi diceva: “Dai Franco, che aspetti!”. Poi il sogno si trasformò in incubo quando vidi Ciferni rinchiuso in una cella mentre mangiava un piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino e mi chiedeva. “Ne vuoi una forchettata?”. Praticamente passai la notte a rigirarmi da una parte e dall’altra e a maledire l’aglio fritto.

Mi svegliai di soprassalto e fermai la sveglia. Erano le otto, mi alzai e andai alla finestra. La neve si era ghiacciata, osservavo i ragazzi che andavano a scuola “pattinare” allegramente. Abitavo vicino a una scuola, vedevo continuamente gruppi di ragazzi che giravano nei dintorni. Mi preparai un caffè e mi sedetti in cucina per uscire dal torpore del sonno. Guardai sull’anta del frigorifero dove di solito attaccavo i bigliettini per ricordarmi gli appuntamenti: vidi un biglietto sul quale avevo scritto: “Sabato cena da Vadim”. Mi resi conto guardando il calendario che l’invito era per quella sera. Mi vestii e uscii per andare in ufficio.

Questa volta presi l’auto dal garage, per strada feci la spesa al supermercato su viale Moscova. Comprai il giornale alla solita bancarella, volevo sapere cosa scriveva Vasile Munteanu su Timpul, se aveva scoperto cose interessanti sul delitto di Natalia. Misi le buste della spesa nel portabagagli, rimontai in macchina e la parcheggiai poche centinaia di metri più in là, sotto il mio ufficio. In ascensore non incontrai nessuno, decisamente il sabato eravamo in pochi a recarci al lavoro.

In ufficio mi misi comodo e aprii il giornale. La morte di Natalia aveva sempre l’onore della prima pagina, c’era un’intervista a Vadim Parlicov dove il poliziotto diceva niente o quasi, si intuiva che Vasile aveva dovuto sudare sangue per scrivere l’articolo. Non c’erano novità di rilievo e l’articolo finiva con il tradizionale… “la polizia indaga”.

Aprii la finestra e mi affacciai proprio quando la mia dirimpettaia faceva altrettanto esibendo un vaporoso desabillè. L’occhiata che mi fece non dava adito a dubbi. Pensai che un giorno o l’altro dovevo attraversare la strada e bussare alla sua porta.

Rientrai e telefonai all’amico commissario.

– Ho delle novità – dissi subito a Vadim – Pasquale Ciferni è…

– …un ex ispettore della polizia italiana – finì lui per me.

Sprofondai nella sedia per la sorpresa.

– Come diavolo…hai fatto a scoprirlo!

– Ma insomma, è vero che qui non disponiamo di mezzi delle polizie occidentali, ma abbiamo tutti un cervello che funziona…

Sentivo Vadim che ridacchiava, si divertiva un mondo a prendere in giro “l’occidentale saputello”.

– Quando penso che abbiamo perso una serata per…scommetto che sai delle cose che io ignoro.

Cercavo di pungolarlo sul suo amor proprio.

– E’ possibile! Abbiamo mandato in Italia le impronte rilevate nella villa tramite l’Interpol.

– Che cosa avete saputo?

– Ciferni ha fatto il poliziotto per quindici anni. Come vedi i tuoi sospetti erano fondati…ha dato le dimissioni nel 2003 dopo aver, così ha comunicato ai suoi superiori, ereditato da uno zio…

– Ah!

– Stato di servizio eccellente. Funzionario coscienzioso. Mai un rimprovero.

– Se era un funzionario integerrimo con ottime prospettive di carriera, perché si è dimesso dalla polizia e si è trasferito in Moldova? La storiella dell’eredità dello zio non mi convince, sotto ci deve essere dell’altro.

– Uhm…in effetti la cosa è strana!

– Ebbene mio caro – era il mio turno di giocare un po’ con lui – Ho delle novità anch’io per te!

E gli raccontai l’affare Rosmini.

– Vecchio mio… – sembrava davvero emozionato – sei davvero un asso!

– Grazie anche all’aiuto di Raisa…

– La tua “femme fatale”! Lo so che sbavi per lei! – Vadim conosceva Raisa e mi aveva sempre preso un po’ in giro per il mio debole per lei.

– Come avete fatto voi due a scoprire questa storia? – proseguì il commissario.

– Attraverso una rivista!

– Come?

– Parola mia.

Vadim continuava a non credermi, dovetti fornirgli tutti i particolari.

– Incredibile! – esclamò alla fine – Sembra una storia inventata! Ora cosa intendi fare?

Gli esposi il piano di Raisa.

– Uhm…un po’ azzardato – mormorò.

– Se succede qualcosa abbiamo alle spalle Stiri TV , la testata giornalistica.

– Uhm…io non ci conterei molto.

– Non c’è niente di male nel farsi passare per un giornalista.

– Questo lo dici tu, io lo chiamerei “raggiro”…

– Beh sì, ma non posso mica presentarmi come investigatore privato!

– Forse hai ragione. Mi raccomando prudenza.

– Mi caverai tu dai pasticci!

– Lo credi davvero?

– Sono pronto a scommettere la mia ultima camicia.

Vadim grugnì e chiuse la comunicazione non prima di avermi ricordato l’invito a cena. Ammazzai il tempo bighellonando per l’ufficio. Alle undici finalmente il trillo del telefonino.

– Franco – era Raisa – ci siamo. Ci andiamo tra poco, abbiamo appuntamento alle quindici.

– Hai fatto presto.

– Non è stato difficile, la loro segretaria è moldava e pensa che io sono una specie di Christiane Amanpour della CNN!

– Non si è mica sbagliata.

– Allora passerò a prenderti alle quattordici e trenta in ufficio.

– D’accordo. Non vuoi fare colazione con me? Niente di pesante: una “placinta” e un’aranciata.

– Grazie. Ma faccio la pausa pranzo con…- mi nominò un pezzo grosso della sua emittente televisiva – Non hai nulla da temere per la mia virtù, è grasso, basso, calvo e puzza di aglio. Intesi allora? Alle quattordici e trenta. Aspettami in strada.

Scesi in strada montai in macchina e tornai verso casa. Scaricai le buste della spesa e rifornii il frigorifero e la dispensa. Mi preparai due spaghettini con burro e parmigiano, non volevo appesantirmi, mi aspettava un pomeriggio movimentato. Alle quattordici e trenta precise ero in strada davanti al mio ufficio.

Raisa arrivò con la sua vecchia auto in perfetto orario. Le dissi che la seguivo con la mia perché dopo l’intervista ai Rosmini avevo da fare. La strada si faceva sempre più scivolosa, la neve ormai raggiungeva i dieci centimetri. Raggiungemmo con le nostre auto l’hotel dove alloggiavano i Rosmini, il “Codru”, proprio in centro, di fronte al parco più bello di Chisinau.

L’uomo della concierge ci informò che i signori Rosmini ci aspettavano nel bar dell’albergo.

Egidio Rosmini, sua moglie Cleofe e Anna Rosmini ci aspettavano. L’uomo si alzò al nostro arrivo, era un po’ più alto di me, capelli grigi forse una volta biondi, aveva l’aspetto di uno scandinavo più che di un italiano. I suoi modi erano gentili e misurati, vestiva con una certa ricercatezza, forse un retaggio del suo titolo nobiliare. Fece il baciamano a Raisa e strinse con vigore la mia.

– Sono Egidio Rosmini, piacere! – disse in italiano con un forte accento romanesco.

La cognata di Egidio, Anna, era “sdraiata” più che seduta in poltrona, aveva i lineamenti un po’ appesantiti, forse da eccessivi carboidrati. I suoi capelli erano di un colore indefinito, fra il rosso e il blu, forse il risultato di una tintura sbagliata. Aveva l’aria annoiata e distratta, ci salutò allungandoci la mano paffutella ricoperta di gioielli costosi. Vestiva con una certa sciatteria, indossava un caftano nero che la ricopriva dalla testa ai piedi forse con l’intento di nascondere le sue curve non proprio procaci. Sicuramente da giovane era stata una bella donna, ma ora mostrava inesorabilmente tutti i suoi anni e i suoi chili. Così, a prima vista, mi sembrava una di quelle donne depresse che si suicidavano ogni giorno gettandosi dal pianterreno.

Cleofe Rosmini invece vestiva decisamente con più gusto della cognata e la sua tintura per capelli era senz’altro più riuscita. Si truccava pesantemente cercando con il fard ed altre creme di arginare in qualche modo il trascorrere del tempo. Parlava a voce alta in falsetto e rideva a sproposito. Per tutto il tempo dell’incontro non aveva fatto altro che rimirasi in tutte le superfici riflettenti che le capitavano a tiro. Decisamente due donne molto diverse.

Dopo le presentazioni di rito, Anna Rosmini si rivolse a Raisa in italiano, la mia partner la informò che non parlava la lingua ma che la comprendeva abbastanza bene. Questo fatto mi preoccupava non poco, se Rosmini ed io avessimo parlato in italiano si sarebbe subito accorto che non ero moldavo. Salvò la situazione Raisa affermando che anch’io comprendevo abbastanza bene l’italiano ma che lo parlavo molto male. Ci accordammo per parlare ognuno nella sua lingua…preferita, io cercavo di parlare in italiano sbagliando di proposito qualche verbo. Cosa che mi riesce molto bene senza bisogno di fingere.

Raisa tirò fuori un taccuino e cominciò a mitragliare le due signore con domande su lavoro, progetti futuri, etc.

I nostri ospiti ordinarono cappuccini, caffè e placinte dolci al barista e ci accomodammo tutti intorno a un piccolo tavolo. Egidio prese a parlare della sua esperienza imprenditoriale in Moldova, dei programmi e degli obiettivi della società che avevano fondato. Io facevo finta di ascoltare con interesse senza mai interrompere.

– Io, mia moglie e mia cognata, insieme a nostra figlia Barbara, abbiamo deciso di aprire una filiale della nostra società di import di prodotti italiani anche qui in Moldova perché riteniamo che i tempi siano maturi, pensiamo che anche i moldavi cominceranno presto ad apprezzare le bontà dei prodotti del bel Paese – ci informò Rosmini.

– La nostra è una impresa familiare nel vero senso del termine, siamo noi quattro ad occuparcene, ognuno di noi dà il suo contributo secondo le sue competenze – proseguì l’uomo.

Io facevo finta di ascoltare con interesse, inoltre, essendo un volgare cineoperatore-fotografo, non avevo l’obbligo di partecipare alla conversazione. Lasciai a Raisa il compito di sbrogliarsela.

– Mi auguro di aver il piacere di conoscere sua figlia signora Rosmini – disse la mia socia rivolta a Cleofe.

– Oh! – esclamò la signora dopo la risatina di rito – arriverà da un momento all’altro. E’ uscita per una breve passeggiata.

Seguì un silenzio imbarazzante, a quel punto mi offrii di scattare alcune foto in attesa dell’arrivo del quarto componente la famiglia. Si sedettero tutti insieme e io scattai qualche foto.

– Oh! Ecco mia figlia! – esclamò la signora Cleofe.

Sulla porta apparve Barbara Rosmini, una bionda da sballo, molto appariscente e sexy, venne verso di noi sorridendo e ancheggiando con disinvoltura su tacchi vertiginosi. Indossava un cappotto lungo fino ai piedi sapientemente sbottonato per far intravedere una minigonna vertiginosa che non copriva un bel niente. Barbara apparteneva a quel genere di donne fatte apposta per attirare l’attenzione del pubblico maschile, emanava sensualità in ogni sua movenza ed aveva l’aria di chi sa di essere sempre al centro dell’attenzione. I genitori la presentarono. Quando arrivò il mio turno:

– Va…va…Vasile – riuscii a dire balbettando vergognosamente inventando il primo nome che mi venne in mente. Lei mi rivolse un sorriso ammiccante e sicuramente pensò: “Anche con questo ho fatto centro!”.

Per tutto il pomeriggio Raisa seguitò a fare domande e a prendere appunti. Di tanto in tanto la mia socia mi chiedeva di fare alcune riprese con la telecamera. Ci congedammo dai Rosmini che erano quasi le diciotto.

Appena usciti dal Codru, io e Raisa ci separammo. Era sabato e un prete cattolico officiava la messa per la comunità italiana di Chisinau. Dopo qualche minuto imboccavo bulevardul Dacia, dalle parti del supermarket “MallDova”, in una stradina laterale si trovava la chiesa cattolica. Non ero un fervente cattolico ma consideravo l’appuntamento del sabato una occasione per incontrare gli amici della comunità e scambiare quattro chiacchiere. Dopo la messa, di solito, andavamo a bere un caffè in qualche bar.

XV

Salutai gli amici e alle venti precise ero sotto casa di Vadim. Suonai il campanello e Olga Ivanovna, la signora Parlicov, mi accolse, come al solito, con grande affetto.

– Franco! Dorogoi drug! Dragul meu! – mi abbracciò con trasporto e mi stampò tre baci sulle guance alla moda dei russi. Olga era di etnia russa, parlava russo abitualmente ma con me si sforzava di mettere insieme qualche parola di romeno.

– Lo so che mangi i “macarone” tutti i giorni ma stasera ti ho preparato una cenetta moldava con i fiocchi!

Vadim era in tenuta casalinga senza il suo proverbiale basco e se ne stava davanti alla TV a seguire il suo programma preferito “Ohota i ribalka”, il programma russo per i patiti della caccia e della pesca.

La signora Parlicov preparò una cena davvero squisita, era una cuoca provetta, amava cucinare, cosa abbastanza strana per una donna moldava. Di solito le moldave non avevano una gran propensione all’arte culinaria. Quella sera Olga Ivanovna preparò per l’occasione un paio di antipasti, gli “zakuski”: la “salata oliviè” e la “salata mimoza”, due insalate di vegetali e carne sminuzzati e amalgamati con la maionese. Poi, per far piacere all’ospite italiano, preparò i “macaroni pafloski”, la “pasta del marinaio”, il tipo di pasta più diffuso in Moldova: pasta corta condita con sugo di carne macinata. Senza alcun dubbio Olga aveva più familiarità con le specialità moldave, la pasta era assolutamente scotta. Per “felul doi”, il secondo piatto, la signora Parlicov aveva preparato una carpa al forno pescata dal marito. Durante la cena non mancai di lodare la cuoca con la classica espressione in lingua russa “Vkusno! Vkusno!”, che tradotto significa “Squisito! Squisito!”. Chiacchierammo del più e del meno, accompagnando le pietanze con del buon vino locale. Come accade spesso con Vadim, finimmo per parlare delle sue imprese mirabolanti con la canna da pesca. A fine cena ci alzammo per sprofondare in poltrona, io con il mio caffè e Vadim con il suo tè. Olga Ivanovna cominciò a sparecchiare.

– Ed ora raccontami tutto – esordì Vadim.

– Uff…non ce la faccio!

Avevo mangiato troppo, non ero abituato ai pasti abbondanti, specialmente la sera.

– So che abitualmente mangi porcherie, una volta tanto hai mangiato come si deve – mi disse Vadim ridacchiando.

Olga Ivanovna ci lasciò soli, andò in cucina a lavare i piatti.

– Ebbene caro Vadim…

Gli raccontai dell’intervista ai Rosmini senza tralasciare nessun particolare. Intervista che si prolungò fino alle diciassette, i Rosmini furono molto disponibili, speravano in un bel servizio TV gratis. Gli parlai anche di Barbara, la figlia vamp dei Rosmini e di quanto mi avesse colpito le sua avvenenza.

– Le tue impressioni? – era la domanda preferita di Vadim. Lui quando faceva le inchieste raccoglieva soprattutto “impressioni”.

– Le impressioni sono tante – risposi.

– Procediamo con metodo allora. Egidio Rosmini?

– Un uomo d’affari, elegante, efficiente, organizzato, colto, ma soprattutto un uomo votato al successo; uno di quelli disposti a tutto pur di far soldi.

– Secondo te capace di commettere un delitto?

– Sì. Ne sono certo. Se avesse avuto dei motivi per uccidere Natalia non avrebbe esitato. Lo credo capace di uccidere a sangue freddo.

– E della moglie Cleofe che mi dici?

– Ipocrita, arrivista, ha sposato Rosmini probabilmente per il titolo nobiliare. Una donna molto furba e calcolatrice.

– Possibile omicida?

– Sì. Certamente sì, ma non vedo il movente. Aveva raggiunto il suo obiettivo, aveva sposato un conte. Era abbastanza ricca di suo, perché puntare sull’eredità eliminando il cognato? Potremmo pensare al movente passionale, forse fra lei e il conte Ubaldo c’era stato qualcosa? Non so, è da dimostrare.

– La vedova Anna Rosmini?

– Una donna scialba, insignificante.

– Capace di uccidere?

– Mah…non credo proprio.

– La figlia dei Rosmini, Barbara?

– E’ coccolata, viziata. Non credo sia la spina dorsale della ditta di famiglia. La ritengo più dedita alle pubbliche relazioni che a fare qualcosa di concreto nell’ambito lavorativo. Molto decorativa e appariscente, la definirei più d’immagine che di sostanza. Comunque escluderei un suo coinvolgimento nel delitto Rosmini, era una ragazzina all’epoca dei fatti. Anche se penso che sotto sotto nasconda un temperamento…focoso!

– Chi è che parla adesso, l’investigatore o l’uomo? – mi chiese Vadim ridacchiando.

– Tutti e due!

– Oh! Oh! Il signore concederebbe volentieri le sue grazie alla piccola Barbara!

– Sulla mia parola!

– Non divaghiamo – sorrise Vadim – allora scartando l’ipotesi che a uccidere Natalia sia stato Ciferni, tu sei convinto che ci troviamo di fronte allo stesso assassino che a distanza di nove anni colpisce ancora?

– Non ci metterei la mano sul fuoco, ma confesso che…

– Benissimo, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi. Dunque, cosa abbiamo di nuovo? Ben poco direi.

– Raisa ha cercato un paio di volte di spostare il discorso sul passato. Ma senza successo. Sembrava si fossero messi d’accordo. Insistere in quel senso li avrebbero insospettiti.

– Mi piacerebbe vedere le loro facce, chissà se ricaverei le tue stesse impressioni.

– Niente di più facile, ho scattato delle foto.

– Hai scattato delle foto?

– Che cosa credi? Ho recitato la parte fino in fondo. Raisa sta anche preparando un servizio che sarà trasmesso in TV.

– Hai qui le foto?

– Ho la macchina fotografica, puoi vederle al computer.

Ci alzammo e andammo in un’altra stanza. Vadim collegò la macchina fotografica al computer. Cominciò ad esaminare le foto.

– Niente male…proprio niente male…

(continua)


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