Il cliente senza ciglia (7a parte)

by nikita


2016/10/02, 05:28



Uscii da casa Parlicov dopo mezzanotte, le strade erano deserte e buie, nevicava piano, con piccoli granelli ghiacciati. Il freddo mi gelava le orecchie e il naso, salii subito in macchina e accesi il motore per riscaldarmi. Il parabrezza era gelato, non vedevo niente, ma non mi andava di scendere e pulirlo. Azionai il tergicristallo con scarso risultato, bestemmiando scesi dall’auto e buttai alcune manciate di neve sul parabrezza. Feci ripartire il tergicristallo con buoni risultati questa volta.

Arrivai a casa verso l’una, mi versai un Cointreau come…liquido antigelo. Mi sedetti in poltrona per fare il punto della situazione.

La presenza a Chisinau di tutti i protagonisti della vicenda criminosa semplificava di molto le cose. A mio avviso l’omicida era da ricercare nei quattro personaggi noti, escluso Pasquale Ciferni. Secondo Parlicov, invece, gli indizi contro Ciferni erano consistenti, egli riteneva che l’ex poliziotto non avesse ucciso la moglie in una crisi di gelosia, opinione questa ormai superata, ma perché rappresentava per lui un pericolo. Quale? Avevo chiesto a Vadim, si era limitato a rispondere che presto avrebbe finito con l’individuarlo.

Secondo me a favore del mio ex cliente c’era almeno un punto: il ritratto caratteriale e comportamentale; Ciferni era un pusillanime calcolatore e quindi incapace di perdere la testa a tal punto di uccidere la moglie in quel modo… Era pur sempre un ex poliziotto, quindi probabilmente in grado di dominare i suoi scatti di collera, i suoi stati d’animo.

Meditai sul fatto che il commissario, in conclusione, pur ammettendo che tra i due delitti ci potesse essere un certo legame, continuava a credere all’esistenza di due diversi assassini. Conclusione logica per chiunque ritenesse Ciferni autore del secondo omicidio. La cosa era comprensibile anche considerando che egli non aveva mai conosciuto Ciferni e le sue “impressioni” potevano essere sbagliate.

Io mi ero fatto un’idea diversa. L’assassino aveva colpito a nove anni di intervallo per motivi che ancora mi sfuggivano, ma ero convinto che smascherando l’assassino del secondo omicidio indirettamente si smascherava quello del primo.

Ma come arrivarci? Come scoprire chi dei quattro sospettati era l’assassino del conte Ubaldo? Tra il delitto di Natalia e quello del conte c’era un legame? Qual’era il movente del primo omicidio?

Dovevo riordinare le idee. Presi un foglio di carta e una matita. Mi versai un’altra dose di liquore. Cominciai con il prendere appunti.

Egidio Rosmini : Aveva avuto una discussione di interessi con il fratello Ubaldo? Aveva scoperto una tresca fra fratello e la moglie? Disponeva di un alibi fornito dalla moglie.

Cleofe Rosmini : Aveva una relazione con il fratello del marito? Una lite finita male? Aveva i mezzi per comprare il silenzio di Ciferni.

Anna Rosmini : Non riesco a immaginarla nell’atto di uccidere. Vecchi rancori con il marito? Gelosa delle scappatelle del suo consorte? Molto improbabile.

Barbara Rosmini : Troppo giovane all’epoca del delitto. Non poteva avere motivi per volere il conte Ubaldo morto.

Mentre scrivevo queste note udii suonare il campanello della porta. Rimasi interdetto. Chi diavolo poteva essere a quell’ora? Raisa? Alle due del mattino? Molto improbabile.

Mi alzai e andai alla porta.

– Chi è?

Nessuna risposta. Ma che diavolo…

Socchiusi la porta lentamente. Mi trovai di fronte a un uomo. La braccia lungo i fianchi, il cappello abbassato fino agli occhi, la sciarpa che gli copriva la faccia. Nel vedermi arretrò di un passo e si abbassò la sciarpa.

Era Pasquale Ciferni.

XVII

Mi spostai da una parte e l’invitai a entrare. Era intirizzito dal freddo, tremava come una foglia. Lo aiutai a spogliarsi e entrammo nel salotto. Ciferni si precipitò verso una bottiglia di vodka che tenevo sopra il mobile e se ne versò una generosa dose. Dopo che ebbe bevuto la sua faccia ripresero colore. Aveva un aspetto orribile, da giorni non si radeva e non si lavava. Era ridotto uno straccio.

Ci sedemmo sul divano e rimanemmo alcuni minuti in silenzio.

– C’è un mandato di comparizione per lei commissario Ciferni. La polizia la sta cercando.

Alzò la testa di scatto.

– Ah! Lei sa che…

– Sì, e molte altre cose ancora.

Si frugò in tasca in cerca di sigarette, il pacchetto era vuoto. Gli indicai il mio pacchetto sul tavolino, ne prese una e l’accese. Aspirò il fumo con ingordigia.

– Non ho ucciso Natalia – Io tacevo – Ve lo giuro.

– Perché allora si è dato alla fuga?

– Ho avuto paura.

– Mi racconti cos’è accaduto.

– Eravamo in casa, Natalia era al piano di sopra. Ho pensato di uscire a fare due passi ed ho lasciato la chiave del portoncino d’entrata nella toppa. Lo faccio a volte. Quando sono rientrato ho trovato il portoncino socchiuso e Natalia morta in salotto. E’ tutto.

– Quanto tempo è rimasto fuori?

– Una mezz’ora…Forse un po’ di più.

– Perchè non ha avvertito subito la polizia?.

Ciferni si agitava a disagio sul divano, fumava nervosamente.

– In realtà – proseguii – sappiamo che tra di voi c’era stata una violenta lite poco prima e ha avuto paura di essere accusato di aver ucciso Natalia al culmine del diverbio.

– Sì…- ammise.

– Perché avete litigato?

– Ero geloso…

– Non è vero…si trattava d’altro.

– Io…veramente…

– Altrimenti non mi avrebbe detto al telefono di lasciar perdere.

Ciferni mi fissò sorpreso.

– Lei le aveva detto che era la figlia di Dimitri Klimenco, e l’ha accusata di averlo incarcerato sapendolo innocente.

Seguitava a fissarmi inorridito.

– Ma io non lo sapevo, ve lo giuro!

– Natalia aveva scoperto la verità da mesi. Ecco il motivo delle sue “fughe” come le chiamava lei. Per questo aveva cominciato a bere.

Abbassò la testa, si accorse che la sigaretta era spenta e la schiacciò nel posacenere con gesto meccanico. Era visibilmente a disagio, era stato preso alla sprovvista, non pensava che io sapessi tutti quei particolari.

– Non avevo fatto che il mio dovere – balbettò – Klimenco era un assassino.

– Ne siete proprio convinto?

– E’ stato giudicato da un tribunale e ritenuto colpevole.

– Sì, questo è l’aspetto giuridico del problema. Ma esiste anche l’aspetto morale. Quando lo ha arrestato era proprio convinto che era stato lui ad assassinare il conte Rosmini?

– Evidentemente!

– Perché subito dopo si è dimesso dalla polizia e praticamente nascosto in Moldova?

– Avevo ricevuto delle minacce…

– Dal mondo della malavita?

– Sì…avevo sgominato una potente banda di criminali…

Sogghignai.

– E dove ha trovato il denaro per vivere qui tre anni?

– Ho ereditato…uno zio…

– Questa storiella l’ha raccontata ai suoi capi…Io non la bevo…Gli zii che muoiono e lasciano cospicue eredità si trovano ormai solo nei cattivi romanzi a puntate.

– Le assicuro…

– Lei continua a mentire. Quel denaro è frutto di un ricatto! – alzai la voce, non sopportavo più quel botta e risposta.

– No!

– Ascolti Ciferni, io non sono un fesso qualsiasi, mi occupo di queste cose da una vita…

– Le dirò la verità…E’ una ricompensa…

– Davvero?

– Sì…per la cattura di Klimenco…la famiglia della vittima.

– Quanto le ha dato?

– Diecimila euro.

– E lei con questa somma è riuscito a vivere alla grande per tre anni? Mi prendete per un imbecille?

– Ho giocato in borsa.

Mi misi a ridere.

– Io ho una mia teoria – dissi – ed è piuttosto solida! Klimenco è capitato in mezzo per combinazione. Se il direttore di banca non fosse venuto a trovarvi, voi non l’avreste mai scoperto.

– Può darsi ma…

– Lei ha riaperto il caso dopo il suicidio di Giuseppina Morabito, la governante del conte. Proprio in quei giorni ha stabilito senza ombra di dubbio l’identità del vero assassino, e invece di consegnarlo alla giustizia, ha preferito ricattarlo. Era più vantaggioso. Quando ha messo le mani su Klimenco, il povero immigrato moldavo, si è accorto che le si presentava un’occasione unica per chiudere l’affare in bellezza.

– Ma…

– Klimenco non mentiva, aveva sì rubato il denaro, ma non aveva ucciso il conte. E lei lo sapeva!

Ciferni sudava copiosamente, si slacciò il colletto della camicia.

– Si sbaglia!

– E lei mente spudoratamente!

– Ascolti, voglio dirle la verità. Sì, ho ricattato un tale, avevo delle prove compromettenti…Ma l’assassino era Klimenco. Dopo il suo arresto, quella persona mi ha minacciato di accusarmi di estorsione. Per questo ho dato le dimissioni e sono venuto in Moldova.

– E quel tale non ha fatto nulla?

– Forse ha avuto paura di uno scandalo.

– Quanto è riuscito ad estorcergli?

– Duecentomila euro! In più riprese…

Mi scappò un fischio.

– Con quella somma – proseguì – potevo vivere.

– Ah! Lo credo! Ma continui! – lo incalzai.

– Dopo l’arresto di Klimenco, quel tale pretese che gli restituissi il denaro.

– Il nome di quel tale?

– Io…io non posso dirvelo.

– Egidio Rosmini? Cleofe Rosmini? Anna Rosmini?

Taceva.

– Cosa pensava di ottenere da me venendo qui in piena notte? – chiesi.

– Volevo chiederle di aiutarmi a convincere la polizia moldava che non ho ucciso Natalia. So che è in buoni rapporti con la polizia…ho con me un po’ di denaro…Vuole cinquemila euro?…- mise la mano in tasca – Sei mila? Non sono ricco…

– Si tenga il suo denaro – dissi in tono sprezzante – Se quello che sta dicendo è vero può discolparsi senza corrompere nessuno. Le basta fare il nome di quel tale che sta ricattato. Non credo che la polizia moldava possa procedere nei suoi confronti per un reato di nove anni fa commesso in Italia.

Egli strinse i pugni con forza, tremava per la rabbia.

– Io…

– In verità – proseguii con tono sempre più irritato – lei teme per la sua pellaccia. Ha paura che arrestato l’assassino di Natalia, venga riaperta l’inchiesta sull’affare Rosmini. La procura italiana dovrà riaprire il caso perché Klimenco è stato arrestato per omicidio da lei anche se innocente. Saranno guai seri per lei caro Ciferni!

– Non è così…

– Stia zitto! In fondo non è che un volgare delinquente! Un farabutto pericoloso che schiaccerei volentieri come un insetto! Neanche una parola di dolore per sua moglie morta ammazzata. Per lei la soluzione ideale sarebbe che l’assassino di quella povera donna non venisse mai scoperto. Questo le permetterebbe di continuare a condurre qui una vita comoda di mascalzone, godendosi il frutto di un ricatto.

Ciferni era ammutolito, si tormentava le mani, mi guardava con gli occhi stralunati.

– Le ignobili porcherie che ha commesso in Italia non mi interessano – proseguii – io non sono un giustiziere. Per il momento collaboro con la polizia moldava per scoprire l’assassino di sua moglie. Non voglio che la arrestino in casa mia, si tolga dai piedi e faccia in modo di non capitare mai più sulla mia strada. La tentazione di spaccarle la faccia sarebbe troppo forte! Una cosa le prometto: non avrò pace fino a quando non avrò scoperto l’assassino di Ubaldo Rosmini e Natalia Klimenco. Il giorno che la rispediranno in Italia per essere lì giudicato per le porcherie che ha commesso sarà uno dei giorni più belli della mia vita.

Mi avvicinai minaccioso, ero furibondo. Lui si alzò di scatto.

– Non vuole proprio aiutarmi? – piagnucolò.

Lo schiaffeggiai con tutta la mia forza. Due volte. Non reagì, né tentò di difendersi.

Andai a prendere il suo cappotto e glielo buttai addosso. Si rivestì in silenzio. Fece per parlare.

– Fuori! Non voglio più vederla

Poco dopo andai a letto con i nervi a fior di pelle, ripensavo a quella visita inaspettata. Decisi di non avvertire Vadim di quella visita, ero sicuro che non l’avrebbe presa bene. Ciferni era pur sempre un ricercato dalla polizia ed era mio dovere denunciarlo. L’indomani avrei pensato al da farsi.

(contonua)


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