Il cliente senza ciglia (8a parte)

by nikita


2016/10/04, 14:37



La domenica a Chisinau la gente dorme fino a tardi, la città è deserta, decisi di prendermi anch’io una giornata di relax anche se gli eventi stavano precipitando. Il caso Ciferni poteva spettare. Nei giorni di festa, che non sono pochi in Moldova, i moldavi ne approfittano per far visita ai parenti che vivono nei villaggi. Anch’io di solito la domenica, o in altro giorno festivo, lasciavo la città per visitare ai miei suoceri che abitavano in un piccolo villaggio a un centinaio di chilometri dalla capitale. Andavo a trovarli abbastanza spesso, mi trattenevo qualche ora, li accompagnavo a far visita al cimitero per portare un fiore sulla tomba di Alina. Portavo loro qualche bene di conforto, ben sapendo quanto difficili fossero le condizioni di vita nei villaggi. I villaggi moldavi sono quasi tutti spopolati e tristi, molti abitanti hanno scelto la via dell’emigrazione, i pochi che restano conducono un’esistenza grama. Vero è che nello stesso cartello segnaletico all’ingresso di molti villaggi compaiono le parole “benvenuto” e “arrivederci”. Quasi a fugare eccessive illusioni all’occasionale visitatore. I miei suoceri vivevano con la magra pensione e con il magro raccolto di un piccolo orto. Sopravvivevano come potevano, le mie visite erano le uniche occasioni che li teneva legati al mondo, la tragedia della figlia morta ancora giovanissima li aveva segnati per sempre.

In questa domenica però, rinunciai alla visita per le condizioni pessime delle strade, troppo ghiaccio e neve per i miei gusti. Appena alzato mi preparai con cura la colazione “all’italiana” con caffè e biscotti e oziai svogliatamente per casa in pigiama e babbucce. Di solito accendevo la TV e la sintonizzavo sui canali italiani per le ultime notizie. Inutile dire che le novità che mi giungevano dall’Italia mi procuravano sempre una certo sconforto. Comunque la TV e il computer erano il mio cordone ombelicale con il…ventre materno: l’Italia. Il computer mi permetteva di tenermi in contatto quasi giornaliero con parenti e amici italiani, cercavo così di mantenere ben saldi i legami con il mio paese e cercare di combattere la nostalgia, un combattimento che non ero ancora riuscito a vincere definitivamente.

A una certa ora la domenica di solito telefono a Stefano, un amico italiano in pensione trasferitosi in Moldova. Anche Stefano ha sposato una moldava e insieme hanno deciso di trasferirsi a Chisinau. Il numero dei pensionati che scelgono di trasferirsi in Moldova è in continua crescita: gli euro della pensione valgono molto di più in Moldova che in Italia! Sempre più italiani, negli ultimi anni, hanno fatto il grande passo modificando totalmente il loro stile di vita, privilegiando la tranquillità e lo scorrere placido del tempo alla frenesia della società occidentale.

– Buongiorno Stefano, sei sveglio?

– …’giorno Franco, non puoi dormire che mi scocci a quest’ora? – mi rispose l’amico con la voce impastata dal sonno.

– Ma sono le dieci! Dai svegliati dormiglione! Ci incontriamo da qualche parte?

– Dammi il tempo di fare una doccia – grugnì Stefano.

– Al solito posto alle undici?

– Va bene.

Nelle fredde giornate invernali, di solito ci incontriamo all’ultimo piano del centro commerciale dove ci sono dei buoni bar e ristoranti etnici. Nella moltitudine di vari ristoranti greci, tedeschi, messicani, ce ne sono un paio che si spacciano per italiani ma che hanno ben poco a che spartire con…il bel paese. Non basta certo inserire nel menù le “fetucini al bolognese” per definirsi tali! Comunque a Chisinau resistono, non con qualche sofferenza, due o tre ristoranti tipici italiani, gestiti da connazionali e frequentati, nella stragrande maggioranza, solo da nostalgici consumatori di spaghetti. Ci sono anche locali con nomi italiani ma ai fornelli hanno cuochi autoctoni: mestieranti moldavi che cucinano la pasta…per sentito dire.

I moldavi, poco avvezzi a sperimentare a tavola e dalle risorse economiche limitate, storcono la bocca quando si tratta di spendere 80-100 lei(6 euro) per avviluppare spaghetti intorno a una forchetta. Preferiscono di gran lunga le numerose varietà di zuppe che trovano immancabilmente in tutti i menù. I moldavi amano le zuppe, i “macaroane” o “spaghete”, rappresentano una variante esotica alle loro abitudini culinarie.

Parcheggiai la macchina nel garage sotterraneo del centro commerciale e salii in ascensore al quarto piano. Stefano era in ritardo e approfittai per bighellonare un po’ in giro. I tavolini dei fast food cominciavano a riempirsi di adolescenti, l’hamburgher e patatine fritte, ahimè!, mietevano successi anche fra i ragazzi moldavi. Pensai al modo in cui la società moldava, i giovani in particolare, cercava di uscire dall’isolamento culturale degli anni dell’URSS mitizzando qualsiasi cosa provenisse dall’occidente. A mio modesto parere erano da preferire le zuppe moldave agli hamburgher confezionati con materie prime di dubbia provenienza!

Stefano mi raggiunse dopo pochi minuti. Ci sedemmo a un tavolo di un ristorante dal nome ingannatore che evocava lontani ricordi e gite fuori porta, ma che di italiano aveva poco o niente. Ordinammo due caffè espressi e due tartine al prosciutto. Nei bar di Chisinau hanno installato macchine italiane per fare cappuccini e caffè, servono un caffè dignitoso, niente di paragonabile con l’intruglio di qualche anno prima. Merito anche delle miscele di caffè quasi tutte italiane. Ormai a Chisinau potevi bere un espresso come in qualsiasi bar del bella penisola.

– Beh! Che mi racconti?… – chiesi a Stefano.

Stefano frequentava molto più di me la comunità italiana di Chisinau. La mattina della domenica ci abbandonavamo a qualche garbato pettegolezzo sui membri della piccola comunità.

– Mah…caro Franco, nulla di nuovo da segnalare… – replicò.

– Io ho un nuovo caso di cui occuparmi, non so se hai saputo della vicenda Ciferni…

– Sì…ho saputo dell’omicidio.

– Cosa si dice in giro? Conosci Ciferni?

– L’ho visto un paio di volte, non frequenta la nostra comunità, è un “cane sciolto”, non è un tipo molto socievole, lo si vede solo in occasione di grandi eventi organizzati dall’Ambasciata. Fa parte di quelle decine e decine di italiani che risiedono da anni in Moldova ma che non si vedono mai in giro.

La comunità italiana in Moldova è piccola, si sa tutto di tutti, i posti da frequentare per incontrare qualche connazionale non sono poi tanti: qualche bar, due o tre ristoranti. Chisinau non è una megalopoli, assomiglia a una piccola città di provincia italiana, gira e rigira si frequentano sempre gli stessi posti e si vedono sempre le stesse facce.

Chiacchierammo sorseggiando il nostro caffè, lanciando di tanto in tanto qualche occhiata verso le splendide ragazze che passavano dalle nostre parti. L’età media delle ragazze che si incrociavano all’ultimo piano del centro commerciale non superava i venti anni ed era sicuramente uno spettacolo molto gradevole.

– E’ stato lui a ammazzare la moglie? – mi chiese Stefano ad un tratto.

– Mah…non credo…è un poco di buono… ma non penso sia un assassino.

Gli raccontai per sommi capi la storia senza scendere nei particolari. Stefano ascoltava in silenzio facendo qualche domanda di tanto in tanto. Andammo avanti così per un paio d’ore. I locali dell’ultimo piano si andavano riempiendo di giovani, l’atmosfera si faceva troppo chiassosa per i nostri gusti.

Chiedemmo il conto e ci avviammo verso l’ascensore per scendere al piano terra. Stefano mi disse che aveva promesso alla moglie di tornare a casa per pranzo, peccato, speravo di mangiare una pizza con lui in una pizzeria aperta da un napoletano nel quartiere Telecentru. Stavano aprendo diverse pizzerie gestite da italiani, nonostante le difficoltà di reperire materie prime originali, qualche connazionale cercava di imporre la mitica pizza ai ruvidi palati dei moldavi.

Scendemmo in ascensore al primo piano del centro commerciale e salutai Stefano. Approfittai per comprare qualche prodotto italiano a un supermercato ben fornito situato al primo piano. Comprai un paio di mozzarelle farlocche, della pasta, del prosciutto: tutti prodotti difficili da reperire altrove. I prezzi erano, ovviamente, salatissimi.

Rientrato a casa mi preparai un piatto di spaghetti alla amatriciana, una delle poche ricette che mi riuscivano meglio, usando la pancetta affumicata al posto del guanciale. Che l’Artusi mi perdoni! Con le mozzarelle mi preparai una “caprese”. La domenica mi concedevo qualche specialità culinaria italiana, mi gratificavo insomma, dopo una settimana trascorsa a mangiare nei bar. Di solito preparavo sempre un po’ di pasta in più per un’amica del settimo piano, una signora in pensione che viveva da sola insieme a due gatti. I pensionati in Moldova se la passavano male, al limite della sopravvivenza. E’ difficile mettere qualcosa in tavola con una pensione di 800-1000 lei al mese, 60 euro: una miseria! Salii al settimo piano, la porta era aperta. Irina Vasilievna lasciava sempre la l’uscio accostato per i rari visitatori. Aveva problemi alle gambe e si muoveva con una certa difficoltà. Trovai la mia amica sdraiata sul divano come al solito.

– Buongiorno Irina Vasilievna, come va la vita? Ti ho portato un bel piatto di pasta.

– Buongiorno Franco…come vuoi che vada…sono stanca…le gambe mi fanno male…grazie sei molto gentile a preoccuparti di una vecchia…

– Ne faccio sempre troppa di pasta… accidenti!…e penso alla mia amica Irina… Però mangiala tu, non darla ai gatti come fai di solito, per loro ho portato del pesce in scatola.

– Grazie Franco, la mangerò con appetito, sai che mi piace la pasta come la prepari tu.

Aiutai Irina Vasilievna ad alzarsi dal divano e la feci sedere al tavolo con un bel piatto di pasta alla amatriciana fumante. La lasciai che cercava di avviluppare con grande difficoltà spaghetti con la forchetta.

Nel pomeriggio mi feci un pisolino sul divano, da buon meridionale, non avevo perso certe…abitudini. Verso le sedici pensai di telefonare a Antonio Bordin, detto Toni, un veneto anche lui trasferitosi in Moldova in seguito al matrimonio con una moldava. Gestiva un paio di studi dentistici insieme a sua moglie, abitava nel quartiere Buicani da alcuni anni.

Gli telefonai e ci incontrammo in un bar del centro. Passammo un gradevole pomeriggio chiacchierando del più e del meno, Toni conosceva molto bene il mondo dell’imprenditoria in Moldova, ne approfittai per chiedergli alcune informazioni sulla ditta di import che i Rosmini avevano avviato nella capitale. Toni mi informò che era una ditta giovane, ma si stava avviando molto bene, grazie soprattutto alle nuove tendenze culinarie che negli ultimi anni vedeva sempre più stretto il legame fra la Moldova e l’Italia. A sentire Toni, l’idea dei Rosmini di importare prodotti italiani era stata azzeccata e, a quanto si diceva nell’ambiente degli imprenditori, l’azienda stava andando a gonfie vele. Rimanemmo a chiacchierare fino a verso le venti e poi ce ne tornammo a casa.

Passai la serata in completo relax a vedere la TV.

XIX

Il lunedì, quando arrivai in ufficio, mi sentivo in piena forma, avevo dormito bene e mi sentivo riposato. Andai alla finestra con la segreta speranza di vedere la mia avvenente dirimpettaia, ma le tendine della finestra erano abbassate. Peccato! Forse aveva rinunciato alla sua esibizione mattutina.

Mi sedetti alla scrivania e cominciai a sfogliare Timpul. Leggevo abbastanza bene il romeno, ero in grado di capire un buon 70-80%. Più complicato era stato a suo tempo l’approccio con il russo, lingua ostica per i parlatori di lingue romanze, anche se la lingua di Tolstoj in Moldova è di gran lunga la più usata. La Moldova era uno strano paese anche per la questione della lingua: non sai mai in che lingua devi approcciarti con il tuo interlocutore, se in romeno o in russo. La questione della lingua era uno dei tanti problemi non risolti da almeno una ventina di anni.

Mentre ero immerso nella lettura squillò il mio cellulare.

Era Vadim.

– Franco, puoi venire da me?

– Qualche novità?

– Sì.

– Di che si tratta?

– E’ meglio che vieni.

Il suo tono era deciso e perentorio. Quando stavo per replicare interruppe la comunicazione. Scesi in strada e salii in macchina. Durante il percorso fino al suo ufficio mi abbandonai alle più fantastiche supposizioni. Avevano arrestato qualcuno dei Rosmini? Avevano arrestato Ciferni?

Arrivato davanti alla sede della polizia vidi Vadim che mi aspettava all’ingresso. Aveva l’aria cupa e l’immancabile basco spinto da una parte. Brutto segno, tirava brutta aria. Parcheggiai la macchina e andai verso di lui.

– Ah! Eccoti finalmente! – esclamò vedendomi – Sali!

Mi indicò una macchina parcheggiata lì davanti. Obbedii. Al volante c’era un poliziotto. Vadim salì, l’autista mise in moto e partì.

– Dove si va? – chiesi.

– Vedrai!

Vadim era silenzioso, fumava nervosamente. Imboccammo strada Hincesti e poi girammo a sinistra su Miorita. Proseguimmo su strada Grenoble per girare infine a sinistra su strada Testemiteanu. Fatto un centinaio di metri ci fermammo davanti all’ospedale RKB, l’Ospedale Repubblicano. Parcheggiammo in una viuzza laterale ed entrammo in una porta nel retro dove c’era scritto “Morga”.

Che diavolo era successo! Vadim per tutto il tragitto non aveva detto una parola.

Percorremmo in un lungo corridoio scuro e maleodorante con porte che si aprivano da una parte e dall’altra. Proseguimmo tutti insieme, l’odore dei detersivi si mescolava a quella dei disinfettanti, i muri trasudavano umidità. Oltrepassammo diverse porte, arrivati in fondo entrammo in una grande sala fredda e umida. L’odore di farmaci e di chiuso era soffocante.

– Di qua! Faccio strada… – disse un tizio con un camice che in tempi andati doveva essere bianco.

– Il dottor Giganu, medico patologo… – disse Parlicov facendo le presentazioni. Ho stretto la sua mano umidiccia e mi pentii quasi subito.

Lo seguimmo silenziosi. Ci portò davanti a un tavolaccio in metallo dove c’era qualcosa coperto da un lenzuolo bianco. Il lenzuolo venne sollevato: sotto c’era il corpo di un uomo praticamente senza ciglia.

Era Pasquale Ciferni.

– E’ lui? – mi chiese Parlicov togliendosi il basco.

Feci segno di sì.

XX

Vadim mi prese da parte.

– Ne ero quasi certo, anche dalle carte che aveva addosso. E poi non si incontra tutti i giorni un uomo senza ciglia.

– Posso osservarlo meglio? – chiesi.

– E’ tutto tuo.

Mi avvicinai al tavolo. Il cadavere era stato spogliato di tutti i suoi vestiti, sul corpo non si vedevano ferite o altro. La faccia di Ciferni aveva un colorito bluastro, il suo corpo e gli arti erano rattrappiti come nell’atto di chi vuole ripararsi da qualcosa. Il suo aspetto non lasciava dubbio alcuno: Pasquale Ciferni aveva smesso di ricattare la gente!

Tornai verso Parlicov.

– Andiamo, ti racconto tutto per strada – mi disse il commissario avviandosi verso l’uscita.

Salutammo con una stretta di mano il dottore patologo, mi venne subito istintivamente il desiderio di pulirmela nella tasca dei pantaloni.

Salimmo in macchina e ripercorremmo in senso inverso il cammino fatto poco prima.

– E’ stato trovato questa mattina presto nel “Parc la Izvor” di Sculeni, sulle rive del lago, a poche centinaia di metri dalla strada Iesilor. Una signora che portava il cane a fare i bisogni lo ha visto disteso sulla neve.

– E’ da escludere il suicidio?

– Era il tipo da suicidarsi in quel modo?

– In condizioni normali non credo. Ma io…

Mi interruppi. Non potevo parlargli della visita di Ciferni a casa mia, almeno non davanti al poliziotto che era con noi. Forse in un secondo momento, a quattrocchi, senza testimoni scomodi. Il rischio di avere guai per aver taciuto la visita a casa mia di Ciferni era altissimo, potevo anche perdere la licenza.

– Tu… che cosa? – mi chiese Vadim guardandomi di sfuggita.

– Ciferni può averlo fatto solo in un momento di disperazione – ripresi – non aveva lasciato la Moldova e sapeva di dover dare troppe spiegazioni dopo la scoperta del cadavere della moglie.

– Uhm!

Mi diede un’altra occhiata aggrottando la fronte. Qualcosa nel tono della mia voce lo aveva insospettito.

– Avete già fatto i primi rilievi? – continuai.

– Sì. Il medico legale dice che, a prima vista, sembra morto per assideramento. La notte scorsa a Chisinau c’erano meno diciassette gradi! A causa delle temperatura molto rigida non sarà facile stabilire l’ora della morte. Il medico legale ha parlato di ieri sera, ma si rifiuta di pronunciarsi in maniera categorica.

– Ma com’è possibile che Ciferni si sia disteso sulla neve per morire assiderato? Suvvia! La cosa è poco credibile, ci sono decine di altri modi meno complicati per suicidarsi!

Intanto eravamo giunti nei pressi dell’ufficio centrale di polizia. Vadim scese e mi fece segno di seguirlo. Salimmo nel suo ufficio, si tolse il basco e il cappotto e si sedette dietro la scrivania.

– Tu – disse – poco fa mia hai mentito!

Mi sedetti e restai sorpreso per la brutalità della sua osservazione.

– Non è forse vero?

Inghiottii la saliva

– A me non la dai a bere! Vuota il sacco!

Gli raccontai della visita di Ciferni a casa mia tra sabato e domenica.

– Ma sei tutto scemo! – esplose Parlicov quando ebbi finito – Sai in che guaio ti sei cacciato!

Io ero ammutolito.

– Accidenti! Quello che hai fatto è gravissimo!

– Era mio cliente…

– Ma che cliente! Non ti rendi conto delle fesserie che dici! Sei stanco di fare l’investigatore privato? Vuoi cambiar mestiere? E io che mi sono reso garante per te…guai se si venisse a sapere!

Era arrabbiatissimo, raramente lo avevo visto così. Si accese una sigaretta, la sue mani tremavano. Si alzò e fece qualche passo nervosamente su e giù per la stanza.

– Insomma – disse più calmo – tu sei sempre convinto che non ha ucciso la moglie?

– Ora sarei anche disposto a giurarlo. L’altra notte a casa mia era sull’orlo del crollo e me l’avrebbe confessato. Cosa gli avete trovato addosso?

– I suo documenti di identità. Mille lei moldavi e cinquecento euro. Un’agenda con indirizzi e poi le soliti oggetti: chiavi, fazzoletto, orologio, etc.

– Che intenzioni hai?

– Informare l’Ambasciata, tanto per cominciare.

– No, intendevo dire, come proseguirete le indagini.

– Dobbiamo prima aspettare il risultato dell’autopsia

– La tua “impressione”?

Lo stavo stuzzicando pericolosamente. Si era calmato, la rabbia di poco prima era svanita.

– Per il momento non ne ho – mi rispose seccamente.

– Ma…tuttavia…

– Beh! Anch’io non vedo Ciferni che si spoglia, si sdraia sulla neve e aspetta di morire assiderato! Troppo assurdo e complicato come suicidio, ce ne sono di più risolutivi e rapidi!

– Ah!

– Ascolta tu…investigatore da strapazzo…ti pare possibile che un ex poliziotto si suicida aspettando la morte disteso sulla neve? Si spara alla tempia, in bocca. Forse qualcuno lo ha “aiutato” a morire. Non credo che Ciferni sia andato sulle rive del lago, si sia praticamente spogliato e aspettato la morte per assideramento. Il cadavere era praticamente nudo. Dove sono i suoi vestiti? No, Ciferni è stato assassinato.

– Con tutto questo – proseguì – non riesco a trovare un appiglio per convocare i Rosmini qui in centrale e interrogarli.

– Non ti fare tanti scrupoli…

– Ma non abbiamo nulla contro i Rosmini! Nulla! Assolutamente nulla! Neanche l’ombra di una prova! Se li convocassi qui da me cosa chiederei loro? “Signori, quali sono i vostri alibi”? Si rifiuterebbero di rispondere, io al loro posto, farei altrettanto. Sono italiani e sono qui in Moldova da qualche giorno per affari e diciamo loro che li sospettiamo di aver commesso ben due delitti? Sei uscito fuori di testa Franco?

Aveva ragione Vadim. Come al solito. Aprì un cassetto e prese una cartella, l’aprì e da un pacchetto di foto ne prese una. Me la gettò sul tavolo.

– Tieni, guarda un po’!

Una foto di Natalia morta. Era un’autentica opera d’arte. Gli specialisti avevano lavorato solo sulla faccia facendo un pregevole maquillage. Osservando la foto, sembrava viva e vegeta.

– Un bel lavoro – dissi restituendogli la foto.

– Sì, un bel lavoro.

Ripose la foto nella cartella.

– Ho deciso di distribuire le foto in giro per la città alla ricerca di qualcuno che possa aver visto Natalia e ci possa fornire qualche informazione.

– Il solito vecchio sistema!

– Perché? Non ci credi?

– Bene, passamene una.

– Niente da fare. Tu ora sei fuori gioco. Se la pista dei Rosmini si rivelerà interessante rientrerai nella partita. Per il momento me ne occuperò io e i miei uomini.

Peccato!” pensai, proprio ora che aveva una idea che mi frullava nella testa!

– Ora togliti dai piedi – mi apostrofò Vadim alzandosi e andando verso la finestra – Ti telefonerò non appena avrò i risultati dell’autopsia di Ciferni. Ti farò un favore speciale in nome della nostra amicizia.

– Manderai le foto ai giornali?

– Vedrò…

Aprì la finestra e tirò un paio di boccate di sigaretta.

– Ciao Vadim.

– Ciao Franco – mi rispose senza voltarsi.

Quando giunsi alla porta avevo la foto di Natalia in tasca e pregai Iddio che Vadim non se ne accorgesse. Due fesserie erano troppe anche per la nostra amicizia.

(continua)


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