Il cliente senza ciglia (9a parte)

by nikita


2016/10/06, 14:26



– No, signore – mi disse il portiere del “Codru”, l’albergo dove avevo incontrato la famiglia Rosmini, restituendomi la foto di Natalia – Non ho mai visto questa signora.

Ero tornato al “Codru” per seguire una certa idea che mi frullava nella testa.

– Ne è certo? – proseguii.

– Assolutamente.

– Eppure la settimana scorsa mi ha detto che sarebbe venuta per incontrare degli amici.

– Può darsi che sia venuta quando non ero in servizio. Siamo in tre a svolgere questo lavoro.

– Ah!

– Siamo in tre. Io comincio alle otto e finisco alle sedici. Il mio collega mi da il cambio fino a mezzanotte. Poi prende servizio il portiere di notte. Non credo che la signora sia venuta di notte, io vi consiglio di parlare con il mio collega del pomeriggio, Andrei.

Dopo queste parole si rimise a lavorare con le sue scartoffie. Io mi ero ben guardato dal dirgli chi ero, avevo finto di essere alla ricerca di un’amica.

Riposi la foto nel portafogli, non avevo fretta di tornare in ufficio, avevo paura di ricevere una telefonata di Vadim dopo che aveva scoperto che mancava una foto dalla cartella.

La gente andava e veniva, l’atmosfera era quella di una normale hall d’albergo. Mi affacciai alla porta del bar, era quasi vuoto. Alcuni tavoli erano occupati da uomini d’affari che discutevano fra loro. In un angolo due signore parlavano probabilmente del clima impossibile di Chisinau. Decisi che un buon bicchierino di liquore mi avrebbe tirato su il morale. Dietro al banco il barman si annoiava a morte.

Entrai e mi diressi al banco, mi piazzai su uno sgabello di metallo cromato.

– Signore? – mi chiese il barman.

– Avete un liquore italiano che si chiama Sambuca?.

Il barman si girò verso le bottiglie che aveva alle spalle e ne prese una: la Sambuca Molinari. Feci i miei complimenti al barista per la scelta.

– In questo bar serviamo i liquori migliori, signore.

– Uhm…non sempre è stato così…Mi ricordo che qualche mese non eravate così provvisti. Oggi vedo che le cose sono cambiate in meglio.

Cercavo di adularlo, volevo guadagnarmi la sua simpatia.

– Ha ragione! – mi disse abbassando il tono di voce e guardandosi in giro con circospezione – Sono circa sei mesi che sono qui. Il mio predecessore è stato licenziato.

Alla strabiliante notizia, feci l’aria stupita e meravigliata.

– Poca gente vedo in giro oggi, come mai?

– E’ presto signore. I clienti cominciano a arrivare verso mezzogiorno. Alle tredici non trova un tavolo libero.

Avevo bevuto il mio liquore, ne ordinai un altro bicchierino. Il bar cominciava a affollarsi. Pagai con un biglietto da 200 lei. Finito di bere, presi il resto e mi avviai verso l’uscita. Arrivato sulla porta mi sentii chiamare.

– E’ vostra signore?

Il barman era uscito da dietro il bancone e mi porgeva la fotografia che inavvertitamente avevo lasciato cadere mentre tiravo fuori i soldi per pagare. La foto di Natalia. Feci finta di imprecare.

– Grazie…- Gli feci scivolare in mano una banconota da cinquanta lei – A proposito, non ha visto per caso questa signora qui al Codru?

Prese la foto e la esaminò per bene.

– Ma sì…

– E’ sicuro?

– Sì…proprio qui al bar.

– Quando?

– Oh, non molto tempo fa. Mi sembra un giorno della settimana scorsa.

– Ma guarda! E io che divento matto per trovarla!

– Anzi, ha proprio attirato la mia attenzione…Scusate signore, devo servire alcuni clienti. Ritorno fra un istante.

Si allontanò per servire alcuni clienti ed io mi risedetti sullo sgabello di prima. Mi raggiunse qualche minuto dopo.

– Sì, la ricordo bene. E’ rimasta qui nel bar a lungo, alcune ore.

– Sola?

– Sì, sola, mi sono anche chiesto se attendeva qualcuno.

– A che ora è venuta?

– Molto presto, verso le dieci.

– Ed è andata via…?

– Nel primo pomeriggio, verso le quindici.

– Ed è rimasta qui per cinque ore?

– Più o meno.

– E che cosa ha fatto?

– Si è seduta a quel tavolo… – me ne indicò uno – e mi ha ordinato una vodka come lei.

Si allontanò di nuovo per servire dei clienti e ritornò.

– Ha bevuto solo quella vodka per tutto il pomeriggio?

– Ne ha ordinate altre, mi pare altre due.

– Non è andata a mangiare?

– No, ricordo di avergli proposto qualcosa da mangiare ma lei ha rifiutato.

– E’ proprio sicuro che sia la signora della foto?

– Sì, sicurissimo, anche se nella foto non è venuta molto bene.

– Continuate…

– Non c’è altro. A un certo punto si è alzata di scatto ed è uscita.

– Un momento! – gli dissi.

Mi alzai e andai al tavolo dove Natalia si era seduta stando alle indicazioni del barman. Mi sedetti e mi accorsi che da quella postazione si vedeva benissimo l’entrata dell’albergo e l’atrio.

Ritornai dal barman che mi osservava con aria curiosa.

– Doveva aver visto la persona che aspettava – gli spiegai.

– E’ quello che mi sono detto anch’io. Aveva lasciato un biglietto da cinquecento sul tavolo e l’ho rincorsa per darle il resto.

– E…

– Stava parlando con una signora. Per un po’ sono rimaste nell’atrio, poi si sono dirette agli ascensori.

– E l’altra signora com’era?

– Veramente non l’ho guardata bene

Gli descrissi le tre signore Rosmini. Egli scrollò le spalle.

– Ne vedo tante di persone ogni giorno. Ormai non ci faccio più caso.

– Era sola la signora?

Egli riflettè.

– Sì. Ho visto entrare nell’ascensore solo loro due.

– Ah! Sono salite in ascensore?

– Sì. Ma dopo non l’ho vista riattraversare l’atrio, ero troppo preso dal mio lavoro.

– Grazie. Mi è stato di grande aiuto.

Tornai nell’atrio e mi rivolsi di nuovo al portiere.

– Senta – gli dissi – ho la certezza che la signora della quale le ho mostrato la foto è venuta qui al principio della settimana scorsa. Aspettava qualcuno.

– Mi faccia rivedere la foto – disse con aria annoiata.

Gli misi la foto quasi sotto al naso. Sospirando egli fissò la foto di Natalia. Stava per dire un altro no, decisi di prevenirlo.

– Ritengo abbia chiesto della signora Rosmini.

Il suo viso si rischiarò.

– Ma certo! Ora ricordo! Avete perfettamente ragione e vi chiedo scusa…Questa signora è venuta la scorsa settimana e ha chiesto della signora Rosmini.

– In quale giorno?

– Non ricordo esattamente…mercoledì o giovedì…

– E cosa ha detto?

– Ha chiesto della signora Rosmini. Ma questa era già uscita.

– Quale signora Rosmini? Anna, Cleofe, Barbara? Quale delle tre?

– Sinceramente non ricordo.

– Ricordate cosa ha fatto dopo?

– Mi è sembrato molto seccata. Le ho proposto di lasciare un messaggio ma lei mi ha risposto che doveva vedere la signora Rosmini di persona.

– E poi?

– Non so altro, mi sono allontanato per un momento e quando sono tornato lei non c’era.

– Ad ogni modo è certo che l’ha vista la scorsa settimana.

– Sì, sono certo.

– La ringrazio.

Lasciai l’albergo, salii in macchina telefonai al commissario Parlicov il quale non si era ancora accorto che mancava una foto e gli riferii i miei colloqui con il barman e il portiere dell’albergo “Codru”. Chiusi la comunicazione mentre Parlicov cominciava a tempestarmi di domande.

XXII

Parcheggiai l’auto al solito posto su viale Moscova, non lontano dal mio ufficio. Evitavo, per quanto possibile, di parcheggiare sul marciapiede come facevano in tanti, non approvo l’abitudine della gente del posto di deturpare i splendidi viali alberati di Chisinau con auto parcheggiate un po’ dappertutto. Era una delle tante cattive abitudini degli automobilisti moldavi che mi stava sullo stomaco, come anche quella di suonare il clacson per ogni piccolo intoppo.

Non avevo molta fame, presi un paio di sfogliatelle alla frutta in un chiosco aperto da poco su viale Moscova. Le feci mettere in una busta per mangiarle più tardi. Le sfogliatelle alla frutta erano una piacevole variante alle solite “placinte”.

Salii nel mio ufficio, aprii il cartoccio con le paste e mi preparai un caffè. Mi ero abituato al caffè con le cialde, sempre meglio di niente. Mi misi comodo appoggiando i piedi sulla scrivania come facevano gli investigatori privati americani e ripensai agli avvenimenti della mattinata.

Mentre ero lì sopra pensiero che sorseggiavo il caffè ad un tratto si spalancò la porta. Entrò un tizio senza neanche bussare, un pezzo d’uomo alto almeno centonovanta centimetri dalle spalle larghe e la mascella quadrata infagottato in un paltò troppo stretto per la sua stazza. A occhio e croce doveva pesare una novantina di chili con un bel po’ di muscoli. Aveva i capelli tagliati corti e ai piedi un paio di scarpe a punta alla “alibabà”, tanto di moda fra i giovani moldavi di un certo tipo. Dall’espressione del suo viso intuii che i suoi pensieri non dovevano essere più profondi di una pozzanghera. Fece pochi passi verso il centro della stanza, si piantò a gambe larghe e con tono insolente mi chiese:

– Franco Malerba… o Vasile? – disse con un sogghigno.

– In persona… – Mi alzai di scatto sorpreso – Con chi ho il piacere di parlare?

– Viorel…per il momento ti può bastare.

Tornai a sedere. Ero irritato e sorpreso. “Ma che modi ha questo bifolco!” – pensai.

– Cosa posso fare per lei…signor Viorel? – calcai il tono di voce sul nome.

Egli si avvicinò alla scrivania e appoggiò i pugni con fare minaccioso.

– Malerba o come diavolo ti chiami – disse – lascia perdere!

– E se cominciassi a spiegare cosa vuoi da me invece di usare questo tono minaccioso che non mi piace?

– Sai benissimo di cosa si tratta.

Veramente lo sospettavo ma preferivo sentirglielo dire.

– Non ne ho la più pallida idea.

– Sei un investigatore privato, non è così?

– Così è scritto sulla porta.

– Eppure sabato ti lasciavi passare per un giornalista!

– Che vuoi, gli affari non vanno molto bene e io mi arrangio facendo anche il giornalista, allora?.

– Bene, a me questa cosa non piace affatto..

Usava un tono intimidatorio di chi è abituato ad usare certi metodi per spaventare la gente. Viorel apparteneva a quel genere di “confraternita” che detta legge in Moldova.

– Ne sono sinceramente dispiaciuto – replicai io in tono sarcastico.

– Mi stai prendendo in giro?

– Credi?

– Io ti spacco la faccia e qualcos’altro se seguiti con questo atteggiamento!

– Senti – dissi alzandomi – lo scherzo è durato abbastanza. Se non ti dai una calmata ti sbatto fuori!. Ora basta, chi diavolo sei per piombare qui e minacciarmi?

Il mio interlocutore diventò rosso di rabbia.

– Sei proprio un investigatore da quattro soldi, sei più stupido di quello che immaginavo – mi dichiarò – Quello che voglio è che la smetti di occuparti della signorina Rosmini.

Ah! Finalmente eravamo giunti al nocciolo della questione.

– Io non mi occupo della signorina Rosmini, è forse lei che ti manda?

– Questo non ti riguarda…Ti stai occupando dei suoi genitori, ed è la stessa cosa.

– Non è così…Cos’è che ti fa credere ch’io mi occupi dei suoi genitori?

– Sabato ti sei presentato come un fotografo di queste parti di nome Vasile e non parlavi italiano, oggi si scopre che sei un investigatore privato italiano.

– E chi lo…scopre?

– Io e Barbara.

– Allora voi siete “investigatori” molto più di me.

– Ti abbiamo visto poco fa mentre cercavi di spremere il portiere del Codru…

Lo fissai pensando che io non mi ero accorto di nulla e che avrei dovuto fare più attenzione.

– La famiglia Rosmini è venuta in Moldova per occuparsi di affari…

Ci siamo pensai, adesso tirerà fuori la storiella degli imprenditori italiani che vengono nella povera e derelitta Moldova a risollevare con i loro denari le sorti del paese!

– …e vai a cacciare il naso nei loro affari per gettare discredito e pregiudicare la riuscita dei loro investimenti – proseguì l’energumeno.

– Credi che lo faccia per divertimento!

– Mi prendi per un ingenuo? So che vuoi ricattarli…

– Senti Viorel, o come diavolo ti chiami, stai attento! Io ho molta pazienza, ma anche la pazienza ha un limite.

– Non ho ancora finito – proseguì Viorel eccitandosi sempre di più – anch’io ho dei limiti e se dessi retta al mio impulso ti spaccherei la faccia senza tanti discorsi, ma non voglio compromettere il buon nome della famiglia Stattene tranquillo e non importunare i Rosmini altrimenti potrai dire addio alla tua licenza. I Rosmini possono contare su amici influenti qui a Chisinau.

– Bene Viorel! Adesso parlo io. E’ vero! Mi sto occupando dei Rosmini e seguiterò a farlo in futuro. Non saranno certo queste ridicole minacce da mafioso moldavo di quattro soldi a…

Non mi fece finire, il suo pugno destro partì e mi colpì di striscio, avevo fatto istintivamente un passo in dietro e schivai il colpo. Era grande e grosso e i suoi pugni dovevano far male.

– Non mi costringere a farti male, sono cintura nera di karate – non era vero – Sono un ex pugile… – e questo era vero, avevo tirato di box nella polizia.

Mi si scagliò contro con tutto il peso, io cercavo di bilanciarmi una volta sul piede destro e sul sinistro come fanno i pugili. Lo colpii per primo alla mascella e al corpo e andò a sbattere contro la libreria. Viorel accusò visibilmente i pugni ma tornò alla carica più imbufalito di prima. Era un osso duro, avvezzo a questi “scambi di cortesie”. Ritornò alla carica a testa bassa, lo afferrai e rotolammo a terra. Lottammo per alcuni minuti, mi colpì al mento, io feci altrettanto. Ci picchiammo come due forsennati. Rischiai più volte di avere la peggio, ma alla fine prevalsero le mie nozioni di ex poliziotto. Lo colpii con un diretto al mento e uno al plesso solare. Viorel aveva la faccia tumefatti, non era più in grado di reagire. L’afferrai per il cappotto e lo trascinai fuori dall’ufficio.

– La prossima volta – gli dissi – dì alla signorina Barbara di venire da sola! Sono certo che c’intenderemo meglio!

XXIII

Mi ci vollero due ore per rimettere tutto a posto nel mio ufficio. Feci un rapido inventario dei danni: un paio di soprammobili rotti, una sedia fracassata, i contenitori di documenti sparsi sul pavimento. Per fortuna il vetro della libreria si era salvato. Non mi battevo così da molto tempo, ero un po’ arrugginito ma ancora in grado di difendermi.

Quando rincasai verificai i danni fisici allo specchio. Niente di grave: un labbro tumefatto, un livido sul mento, qualche doloretto qua e là. Tutto sommato era andata bene. Viorel aveva avuto senza dubbio la peggio, pensai con una punta d’orgoglio.

Mi sdraiai sul divano e cominciai e riflettere. I Rosmini erano al centro dell’attenzione ed era naturale che pensassero a difendersi. Ma che idea strana mandarmi quell’energumeno di Viorel! Ero sicuro che la sua “missione” era stata voluta da tutti i componenti della famiglia e non da Barbara sola. Che errore coinvolgere nella faccenda un estraneo come Viorel! No, forse erano veramente convinti che io volessi ricattarli. Correvo qualche pericolo?

Cominciavo a convincermi che i tre delitti erano opera dell’intera famiglia, i tre erano molto legati, si coprivano l’uno con l’altro, avevano troppi interessi e segreti in comune.

Per tutto il pomeriggio non avevo avuto notizie di Parlicov. Era chiaro che il mio amico poliziotto aveva una gatta da pelare con i due omicidi di cittadini stranieri, non era la solita storia del marito ubriaco che accoltella la moglie, c’era in ballo un paese come l’Itala, uno dei partner più importanti per la politica e l’economia moldava. La posizione di Parlicov era molto delicata, doveva muoversi con i piedi di piombo, stando ben attento a non calpestare il piede sbagliato.

Accesi la TV e la sintonizzai sul canale moldavo di “Moldova1”, era l’ora dei telegiornali della sera. Nella rubrica “7 Stiri” parlarono di un cittadino italiano trovato morto assiderato sulle rive di un lago della capitale. Il servizio citava fonti della Procura Generale e non diceva niente di più. Evidentemente Parlicov voleva mantenere un certo riserbo sulla vicenda.

Feci un rapido giro con il telecomando ma non trovai nulla di interessante, i soliti programmi della TV moldava dove un tizio in maniche di camicia chiede all’ospite di turno di raccontargli le fasi salienti della sua vita da quando nella culla ha emesso il primo vagito. Difficile rimanere svegli, dopo cinque minuti sei sul divano che ronfi come un camionista di Novosibirsk!

Presi dalla custodia un DVD dove avevo registrato i miei film preferiti, sono un appassionato cinefilo da molti anni, ho una predilezione per i vecchi film western americani, in special modo per quelli di John Ford. Quella sera decisi di rivedermi per l’ennesima volta “Il massacro di Fort Apache”, con John Wayne nel ruolo del protagonista. Mi sdraiai sul divano con le noccioline da sgranocchiare e una bottiglia di Cointreau: avevo tutto quello che mi serviva per trascorrere una piacevole serata. Erano circa le ventidue quando sullo schermo apparve la parola “Fine”.

Stavo rassettando quando sentii suonare il campanello d’entrata. Rimasi immobile nell’attesa. Altro squillo e mi dissi che ne avevo abbastanza di visite inaspettate nel cuore della notte.

Raggiunsi il vestibolo e incollai l’orecchio alla porta.

Terza scampanellata.

– Chi è?

Una voce di donna mi rispose in italiano:

– Un’amica.

Decisi di affrontare il pericolo, il ricordo di Viorel era ancora vivo. Girai la chiave nella toppa e spalancai la porta.

Era Barbara Rosmini.

( continua)


Nesuno commento

The comments are closed.