L’incubo di Boris

by nikita


2008/02/09, 10:00



Boris Sergheievic si sentiva russo dalla testa ai piedi, sul suo passaporto sovietico c’era scritto “cittadino russo”, parlava russo, pensava in russo, cantava in russo, imprecava in russo. Anche se era nato e cresciuto a Chisinau, un dettaglio che lui considerava di scarsa importanza, si considerava figlio legittimo della grande madre Russia e figlio illegittimo della Moldova.
La sua storia personale era identica a quella di molti altri “russi-moldavi”: la sua famiglia si era trasferita a Chisinau nel lontano 1950, da Rostov, per modernizzare la rete telefonica moldava. Suo padre Serghei, ingegnere, fu mandato a Chisinau appena laureato, insieme a sua madre Ludmila. Si stabilirono a Chisinau in un appartamento messo loro a disposizione dallo stato. Dopo qualche anno nacque Boris. Educato e cresciuto da vero russo e tale era rimasto fino ai nostri giorni. Incurante dei cambiamenti in atto da qualche anno nel paese, come molti altri, aveva evitato pervicacemente di imparare una sola parola di romeno, lingua che considerava una specie di dialetto, non assimilabile con la lingua eletta dei vari Puskin e Tolstoi.

Boris aveva sposato una donna russa ed aveva avuto da lei due bambini che aveva educato da veri russi. Frequentava solo amici russi e teneva la TV costantemente sintonizzata sul primo canale russo, mangiava borsh acro, blini e pelmeni. Insomma un russo in piena regola!
Dopo qualche anno di matrimonio, aveva divorziato dalla moglie, i suoi due figli ormai grandi erano emigrati nella madrepatria e ora viveva, praticamente solo, nel vecchio appartamento del quartiere di Botanica. Boris aspettava pazientemente di arrivare alla pensione, conduceva una vita tranquilla e solitaria, fatta di rari svaghi e qualche bevuta con qualche amico che la pensava come lui. Le sue giornate erano noiose e ripetitive: dal risveglio al mattino, al momento di coricarsi la sera, erano scandite dagli stessi rituali.
Una sera, come faceva di solito, guardò un po’ di televisione, sorseggiò il solito tè, indossò il pigiama e si mise a letto. Si addormentò quasi subito, di un sonno profondo e ristoratore. Il sonno di uno che sa che l’indomani nulla potrà sconvolgere la sua solita giornata.
Al mattino Boris si svegliò presto, meccanicamente accese la radio sintonizzata da sempre su una stazione che trasmetteva in russo e notò con una certa sorpresa che lo speaker parlava in romeno. Sul momento non ci fece caso più di tanto, pensando alle solite stravaganze degli annunciatori.
Spense infastidito la radio ed accese la televisione che teneva ovviamente sintonizzata sul primo canale russo. Sullo schermo apparve stranamente il primo canale della televisione romena. “Accidenti! Cosa diavolo succede?“, pensò infastidito, supponendo qualche guasto sui collegamenti. Si lavò, si vestì, si preparò il solito tè, mangiò qualcosa ed uscì di casa. Scese velocemente le scale ed imboccò la strada che percorreva da anni per recarsi al lavoro. Mentre camminava, avvertì subito una strana sensazione, un certo disagio che in un primo momento non riuscì a decifrare, poi, d’improvviso, si rese conto di cosa lo turbava: notò, con grande stupore, che tutte le insegne dei negozi e dei bar non erano più scritte in russo ed in romeno, ma solo in romeno. Le insegne con i caratteri cirillici erano sparite! “Dio mio! Cosa succede?“, pensò ancora più infastidito e contrariato Boris. Entrò allora nel bar dove, di tanto in tanto si concedeva qualche birra, non prima di aver notato, però, che anche qui l’insegna in russo che campeggiava all’entrata era sparita. Adesso c’era un’insegna con su scritto:

“O cafenea sau o bere cu Igor“ (Un caffè o una birra da Igor).
Boris cercò il barista Igor e gli chiese perché avesse tolto l’insegna in cirillico. Igor rispose sorpreso:
– Insegna in cirillico? Quale insegna? – esprimendosi in perfetto romeno.Boris uscì sempre più stralunato dal bar, pensando di essere oggetto di una sorta di maleficio, oppure di essere ubriaco, o peggio, di essere impazzito.
Trovò un telefono e compose il numero di Tatiana, la sua compagna da alcuni anni. Si aspettava di sentire dall’altra parte il solito saluto affettuoso:
– Priviet, Borica, moia liubov! – ed invece: – Alò Boris, ce faci dragul meu!
“O Gospodi!” (Dio mio!), esclamò disperato, abbassando la cornetta del telefono ormai convinto di essere impazzito. Rimase così per un po’, con gli occhi sbarrati a fissare il telefono.Si diresse allora con passo malfermo verso una vicina edicola, dove comprava di solito Komsomolskaia Pravda, ma vide subito che i giornali esposti erano tutti romeni: Romania Libera, Avvenimentul Zilei. Chiese all’edicolante il suo giornale:
– Komsomolskaia Pravda? Non l’abbiamo. Andate a Mosca se volete leggerlo! – l’apostrofò l’edicolante ridacchiando.
Boris vide il Jurnal de Chisinau, lo prese e fece per pagare:
– Signore non avete lei romeni? I lei moldavi non li prendo.
Boris aprì lo stesso il giornale, che a carattere cubitali titolava:
“La Moldova in festa accoglie il Presidente romeno“, poi di seguito: “È giunto oggi a Chisinau il Presidente romeno in visita di lavoro in Moldova. All’aeroporto erano ad attenderlo le autorità rappresentanti del governo di Bucarest in Moldova “.
 Il povero Boris madido di sudore, ormai distrutto nella mente e nel corpo, si avviò barcollante verso l’ufficio. Ad attenderlo sulla porta trovò un collega che gli annunciò:
– Il direttore desidera parlarti subito.
Boris bussò alla porta del direttore ed entrò:
– Oooh, Boris! Giusto lei cercavo! È arrivata una nota di biasimo dalla nostra sede di Bucarest. Lei è l’unico moldavo in Moldova che non parla il romeno. È una vergogna per il nostro ufficio e per il paese! Al termine di questo mese dovrà sostenere un esame di lingua romena di fronte ad una commissione che verrà appositamente da Bucarest. Le dico subito che, se non supererà l’esame, verrà licenziato su due piedi e non potrà usufruire della pensione maturata.
Era troppo per il già provato Boris! Cacciò un urlo disperato, una specie di ululato: – Nooooh!
È a questo punto che Boris si svegliò. Sbarrò terrorizzato gli occhi, il pigiama zuppo di sudore, il petto squassato dai singhiozzi. Piangeva disperatamente il povero Boris. Con un balzò saltò giù dal letto. “È stato un incubo, solo un fottuto incubo!“, pensò.
Corse alla finestra, la spalancò, guardò in strada e vide che le scritte in cirillico erano sempre lì. Tirò un lunghissimo sospiro di sollievo, poi, rincuorato e tranquillizzato, entrò in bagno per farsi una doccia.
Dal bagno, mentre l’acqua scorreva, si sentiva una melodia che si propagava per tutto il condominio e scendeva le scale, fino ad arrivare giù in strada. Era Boris che cantava a squarciagola:
«… nie sliscni v sadu daje scioroxa … vsio zdiesi zamirlò do utrà … .iesli b znali vi cac minie doroghi podmoscovnie vecerà …»
“…non si sente in giardino neanche il rumore del vento … tutto sarà tranquillo fino all’alba … dovreste sapere come sono belle le serate a Mosca”.

 Nikita 

 


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