La tragica beffa

by nikita


2018/09/13, 06:01



Fino a qualche anno fa i moldavi dovevano pagare i trafficanti per emigrare nei paesi europei in cerca di lavoro. Oggi fortunatamente non è più così, non hanno più bisogno di attraversare clandestinamente le frontiere di mezza Europa. In quegli anni le donne moldave, costrette a emigrare, hanno pagato un prezzo altissimo per dare un futuro ai propri figli. Questo racconto è il mio omaggio a quelle donne vittime di trafficanti senza scrupoli.

Ludmila decise di andar via, di partire, non ne poteva più. Un figlio da crescere, l’ex marito scomparso dopo il divorzio. Si decise a partire in cerca di un futuro migliore. Si fece prestare i soldi per pagarsi il viaggio. L’aspettava un futuro da clandestina, una vita fatta di grandi rinunce a sofferenze.

Arriva il giorno della partenza. Appuntamento in una piazza in periferia insieme ad altre sventurate. Una piccola borsa come bagaglio piena di speranza. I saluti e le lacrime dei parenti, il figlio che piange. Il futuro una grande incognita.

Giorni e notti di viaggio, tre frontiere da attraversare. Si parte, stipate come sardine in un furgone. La meta una località del nord Italia. Le tendine abbassate, nessuno deve vedere, nascoste alla vista di tutti. Il rumore di uno sportello che si chiude come il coperchio di una cassa da morto. Inizia il viaggio.

La borsa stretta in grembo, Ludmila cerca con gli occhi la solidarietà nelle compagne. Qualche panino e uova sode per riempire lo stomaco. Nessuna fermata, il furgone che traballa sulle strade dissestate. Sempre la solita angosciosa domanda: “Dove ci troviamo?”. Le risposte sempre più evasive.

Tante ore di viaggio in un piccolo spazio, un caldo insopportabile, la puzza acre di sudore. Le buche di una strada sconnessa. Scende la notte, dormire, riposare. Impossibile.
Raggi di sole dopo una notte insonne, facce tristi illuminate dalla luce del giorno che filtrava dalle tendine abbassate. Nella mente i soliti interrogativi: “Siamo arrivati?”… “Quanto manca?”. Finalmente il furgone si ferma. Uno sportello che si apre, una voce da ordini perentori.
– Scendere, presto, siamo arrivati!
Ludmila scende con il suo fagotto stretto in grembo abbacinata dalla luce del nuovo giorno, le gambe traballanti che si rifiutano di muoversi. Il furgone riparte. Buona fortuna! Sole in una terra sconosciuta. “Finalmente siamo in Italia!”.

Un paesaggio di campagna, terre coltivate, un bosco in lontananza, una stradina sterrata. Ludmila si guarda intorno. Dove siamo? Non resta che seguire il sentiero. Il drappello di clandestine che si avvia verso l’ignoto.
In lontananza una casa, un gallo che canta, la campagna a perdita d’occhio, granoturco, girasoli. “Come a casa mia, nel mio villaggio, in fondo la campagna italiana non è diversa da quella moldava” pensa Ludmila rassicurata. Vede un pozzo a bilanciere, aveva la bocca riarsa, si ferma per dissetarsi. Gesti abituali, il secchio che scende, il tonfo nel fondo del pozzo. Beve avidamente Ludmila, si bagna la faccia, sente l’acqua che scende a rivoli sulle sue guance arrossate.
” Come a casa mia, nel mio villaggio” pensa Ludmila.
“Com’è luminoso il sole, si sente nell’aria il profumo dei fiori. Come a casa mia, nel mio villaggio” pensa sempre più rassicurata Ludmila.
Il suo passo si fece più leggero, un sorriso apparve sul suo viso. In fondo l’Italia non era poi così diversa dal suo villaggio. Camminavano da ore, finalmente la strada principale, un gruppo di case in lontananza. Una pietra miliare sul ciglio della strada. Una corsa a perdifiato per raggiungerla.
2 km Fetesti, raionul Edinet.
– Oddio! Ma che cosa…! – un urlo agghiacciante si leva dalla quella schiera di disperate – Ma dove siamo?
Si guardano intorno smarrite, urla di dolore, la realtà dolorosamente chiara. Una beffa! Raggirate, ingannate, imbrogliate. Il furgone aveva girato in tondo per scaricare l’ingombrante fardello nella campagna moldava a nord del paese.
Piange disperata Ludmila, si sdraia nell’erba alta svuotata di ogni energia. Delusa, scoraggiata, avvilita. Rimane per qualche minuto in silenzio mentre calde lacrime bagnano il suo viso, guarda il cielo azzurro sopra di lei. Il cielo moldavo. Dopo qualche minuto, si asciuga le lacrime, raccoglie il suo fagotto, e ora di rimettersi in cammino. Suo figlio l’aspetta a casa.

Dovrà tentare di nuovo. Per suo figlio.

Nikita


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