Se quella è vita

by nikita


2017/09/29, 05:23



Mi trovavo a casa di mia suocera per la solita visita periodica, quando è il momento di metterci a tavola lei mi dice che ha invitato a pranzo una vicina con il figlio. Arrivano gli ospiti, lei era la classica donna che trovi nei villaggi: gran lavoratrice con le mani segnate dal lavoro nel suo piccolo orto, il volto cotto dal sole, divorziata dal marito ubriacone, si arrangiava guadagnando qualche soldo per arrotondare la misera pensione con la vendita della “rasaritaal bazar domenicale. Il figlio era un giovane dall’apparente età di venticinque-ventisei anni, emigrato in Russia per lavoro era ritornato al villaggio per far visita alla madre. E’ arrivato barcollando, all’ora di pranzo era già sbronzo, aveva dato fondo alla riserva di grappa che la madre conservava per gli ospiti.

Ci mettiamo a tavola, il figlio della vicina era visibilmente ubriaco, biascicava e farfugliava come un ebete, la madre lo guardava con occhi tristi, cercava di rintuzzare in qualche modo le stupidaggini che diceva. Si vergognava la povera donna, le spiaceva dare un simile spettacolo ad uno straniero. Una scena penosa. Mia suocera mi ha detto dopo che i due figli della vicina lavoravano in Russia ed erano tutti e due alcolizzati. Una croce che molti genitori devono portare nei villaggi! Durante il pranzo il ragazzo ha corso il rischio un paio di volte di cadere con la faccia nel piatto. La madre lo ha riaccompagnato a casa sorreggendolo.

– Cosa possono fare i ragazzi di questo villaggio abbandonato da Dio e dal mondo se non ubriacarsi! – mi disse amaramente mia suocera quando i due andarono via.

I giovani nei villaggi, quei pochi che restano, non hanno alternative se non cercare una via d’uscita nell’alcool, nello sballo a buon mercato, nella “droga” che possono comprare con pochi soldi all’emporio del villaggio. I “pusherdei villaggi non vendono il crack negli angoli bui delle piazze come in occidente, agiscono alla luce del sole dietro al bancone di un negozio e indossano un grembiulino colorato e la “basma. Spacciano vino, birra e vodka per pochi soldi, il “biglietto per viaggiare” costa poco, alla portata di tutte le tasche. I clienti sono vecchi e ragazzi in crisi d’astinenza. Nelle case non ci sono laboratori clandestini per tagliare la polvere bianca, ci sono vecchi alambicchi per distillare le vinacce e ottenere la “samagonca, la grappa moldava.

Nei villaggi non c’è lavoro per i giovani, nessuna forma di svago, nessun locale pubblico dove potersi incontrare fra coetanei e nessuna prospettiva per il futuro. Le alternative sono due: emigrare o stordirsi con l’alcool. Chi non riesce a partire, fuggire per qualsiasi motivo, non resta altro che cercare l’evasione dall’amara realtà in una bottiglia. La metà delle case nei villaggi sono abbandonate e alla mercé dei ladri, le altre sono abitate da vecchi che aspettano le rare visite dei figli. Si vive in condizioni estreme, indegne di un paese civile, senza acqua potabile, senza assistenza sanitaria, senza mezzi di sostentamento. Tutti aspettano le rimesse dei familiari emigranti. Per chi non ha un parente emigrato c’è solo miseria, desolazione, abbandono.

Sfido chiunque a vivere in quelle condizione senza desiderare in qualche modo la fuga dalla realtà. Se l’alcool può alleviare la sofferenza e far dimenticare per qualche ora il mondo reale ben venga. Non me la sento di fare la morale a quella povera gente.

Nikita


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